martedì 11 maggio 2010

Il disastro della DeepWater Horizon - galleria fotografica e cronologia degli eventi - parte I

[AGGIORNAMENTI SOSPESI]


Qualsiasi cosa succeda sulla Terra succede ai figli della Terra.
Se gli uomini sputano sulla Terra sputano su se stessi.
Questo sappiamo: la Terra non appartiene all’uomo, l’uomo appartiene alla Terra.
Questo sappiamo: tutte le cose sono legate come il sangue che unisce una famiglia.
Tutte le cose sono legate.
Qualsiasi cosa succeda alla Terra succede ai figli della Terra.
Un uomo non tesse la trama della vita: egli è solamente un filo in essa.
Ciò che fa alla trama fa a se stesso.

Seattle (capo indiano) al Presidente USA, 1854



20 aprile 2010 - la piattaforma DeepWater Horizon, di proprietà della compagnia BP (ex British Petroleum) e costruita dalla Transocean, in fiamme. Le cause dell'incidente sono sconosciute. 11 addetti muoiono nell'incendio, molti altri restano feriti.
© US Coast Guard - Alcuni diritti riservati

20 aprile 2010 - la piattaforma DeepWater Horizon affonda nelle acque del Golfo del Messico, in seguito ad una devastante esplosione.
© Greenpeace USA 2010 - Tutti i diritti riservati


22 aprile 2010 - un robot sottomarino tenta di attivare un dispositivo chiamato blowout preventer (BOP) per chiudere il flusso di petrolio del pozzo petrolifero: il meccanismo non funziona. Il problema di contenimento è senza precendenti, la BP deve fermare perdite situate 1500 metri sotto la superficie oceanica.
© Boston.com - Tutti i diritti riservati

25 aprile 2010 - la macchia di petrolio vista da satellite. Ogni giorno 5000 barili di petrolio (circa 800000 litri) si riversano in mare. I primi dati forniti dalla BP sottostimano l'entità del disastro.
© Nasa Earth Observatory - Tutti i diritti riservati

26 aprile 2010 - un operaio al lavoro sulla cupola del sistema sottomarino di contenimento del petrolio alla Wild Well Control Inc. di Port Fourchon. La cupola, una delle più grandi mai costruite, verrà utilizzata nel tentativo di arginare la fuoriuscita di petrolio.
© Greenpeace USA 2010 - Tutti i diritti riservati

28 aprile 2010 - una nave attraversa la macchia di petrolio fuoriuscita in seguito all'esplosione della piattaforma petrolifera. Anche il traffico marittimo ed il trasporto delle merci, come già accaduto durante l'uragano Katrina, risentono degli effetti del disastro.
© Boston.com - Tutti i diritti riservati


28 aprile 2010 - con incendi controllati si tenta di ridurre la macchia di petrolio diretta verso le coste.
©
US Coast Guard - Alcuni diritti riservati (photo courtesy of the Minerals Management Service)

29 aprile 2010 - uccelli in volo sopra alla macchia di petrolio nei pressi di Breton Sound Island, a sud delle isole Chandeleur. Per molte specie di volatili questo è il periodo della nidificazione.
© Greenpeace USA 2010- Tutti i diritti riservati

29 aprile 2010 - il capitano Michael Nguyen vicino alla sua barca da pesca a Venice, Lousiana. I danni per l'industria ittica locale, già duramente colpita dall'uragano Katrina nel 2004, potrebbero essere catastrofici.
© Boston.com - Tutti i diritti riservati

29 aprile 2010 - due esemplari di pellicano bruno, uccello simbolo della Louisiana, e uno stormo di gabbiani riposano sulla spiaggia di Ship Island: tra gli uccelli e la marea nera incombente si frappone solo una sottile barriera galleggiante. Chilometri di barriere stanno venendo distesi lungo le linee di costa per impedire al petrolio di raggiungere la terraferma.
© Boston.com - Tutti i diritti riservati

29 aprile - le prime propaggini della marea nera raggiungono le coste della Lousiana. Milioni di litri di petrolio si sono già riversati in mare . Le perdite potrebbero continuare per mesi.
© Nasa Goddard - Alcuni diritti riservati


29 aprile 2010 - un grafico esemplicativo mostra la posizione di una nuova perdita nel drilling riser (il sistema di condutture e di linee ausiliarie) della DeepWater Horizon.
© US Coast Guard - Alcuni diritti riservati

30 aprile 2010 - la dottoressa Erica Miller, del Tri-State Bird Rescue and Research, somministra ad una sula ricoperta di petrolio una dose di Pepto Bismol. Un intero ecosistema, comprendente centinaia di specie terrestri e marine, è a rischio. I danni potrebbero perdurare per generazioni.
© The Huffington Post - Tutti i diritti riservati

30 aprile 2010 - la marea nera avanza verso gli ecosistemi a rischio. La catastrofe ambientale potrebbe rivelarsi peggiore del disastro della Exxon-Valdez e dare all'amministrazione Obama un durissimo colpo. Dopo il via libera di poche settimane fa, il presidente ha annunciato lo stop alle trivellazioni in nuove aree.
© The New York Times - Tutti i diritti riservati

1 maggio 2010 - a Venice, Louisiana, due dipendenti della D&C Seafood scaricano quello che temono sarà l'ultimo carico di gamberi per lungo tempo. La flotta da pesca è in porto in attesa dell'evolversi degli eventi.
© Greenpeace USA 2010 - Tutti i diritti riservati

2 maggio 2010 - un fratino sulle spiagge di St. Petersburg, in Florida. Mentre si cercano i responsabili del disastro e il presidente Obama si reca in visita ai luoghi più colpiti dalla marea nera, le dimensioni della macchia di petrolio negli ultimi due giorni sono triplicate: la fuoriuscita potrebbe essere peggiore del previsto. Lo scenario che si va delineando è da incubo: la marea nera, trasportata dalle correnti oceaniche, potrebbe raggiungere le spiagge della Florida e la East Coast degli Stati Uniti. "E' solo una questione di tempo" dicono gli esperti.
© Michael Skelton - Tutti i diritti riservati

2 maggio 2010 - è strage di pesci e tartarughe marine. Il governo vieta la pesca commerciale e ricreativa dalla Louisiana alla Florida. Intanto proseguono le operazioni di contenimento della marea nera e ci si prepara a soccorrere gli animali colpiti dal petrolio.
© The Huffington Post - Tutti i diritti riservati

2 maggio 2010 - dure critiche al governo e alla BP per i tempi di reazione all'incidente. Lamar McKay, della BP, esclude l'ipotesi dell'"errore umano", ma non sa quando le falle potranno essere sigillate definitivamente: entro 6-8 giorni una cupola di metallo e cemento di 74 tonnellate verrà posata sulla testa di pozzo danneggiata per contenere le perdite di greggio, in attesa che un nuovo pozzo riduca la pressione del giacimento. Addetti della BP sono ancora al lavoro per attivare il blowout preventer (BOP), ma, come afferma McKay, a 1500 metri di profondità, nell'oscurità e con robot controllati a distanza è come effettuare un'operazione chirurgica a cuore aperto.
© The Huffington Post - Tutti i diritti riservati

2 maggio 2010 - un delfino nuota attraverso le acque inquinate della Drum Bay. Ci sono più di 5000 delfini nel Golfo, tra il delta del Mississipi e le coste della Lousiana, molti dei quali nella stagione riproduttiva.
© The Huffington Post - Tutti i diritti riservati

2 maggio 2010 - un'immagine satellitare del luogo del disastro, da dove il petrolio continua a sgorgare. "Non è una perdita, è un'inondazione" ha dichiarato il governatore della Florida Charlie Crist ad una campagna di raccolta fondi per il Senato. E la domanda ora è: quando finirà?
© DigitalGlobe- Alcuni diritti riservati

3 maggio 2010 - la nave da perforazione Discoverer Enterprise della Transocean si prepara a condurre le operazioni di emergenza per arginare la fuoriuscita di petrolio. Usando la speciale cupola di contenimento e attraverso un sistema di condotte la nave potrà recuperare fino a 125000 barili di petrolio (circa 5 milioni di galloni - 20 milioni di litri).
© US Coast Guard - Alcuni diritti riservati (photo provided by Transocean)

3 maggio 2010 - la piattaforma Development Drill III si prepara alle operazioni per la realizzazione di un pozzo di sfogo (relief well) per intercettare quello esploso nell'incidente ed arrestare le perdite di petrolio, pompando nel sottosuolo fluidi pesanti e cemento. La BP ha garantito che pagherà tutti i danni causati dal disastro, ma intanto il valore di mercato delle sue azioni è in caduta libera.
© US Coast Guard - Alcuni diritti riservati (photo provided by Transocean)

4 maggio 2010 - la mappa mostra l'evoluzione della marea nera alle 17.00 di ieri (ora della East Coast - mezzanotte di oggi in Italia). Secondo gli esperti, la macchia di greggio potrebbe unirisi alla Loop Current per poi dirigersi verso le coste della Florida e devastare spiagge, barriere coralline ed ecosistema marino. Un cambiamento delle condizioni meteo, in particolare della direzione del vento, potrebbe scongiurare questa eventualità.
Diverse le reazioni all'incidente: il governatore della California Schwarznegger ha bloccato i finanziamenti per la costruzione di nuove piattaforme. In Italia, il ministro dello Sviluppo Economico Scajola, prima dei fatti di cronaca che l'hanno costretto a dimettersi, ha bloccato le autorizzazioni alla perforazioni di nuovi pozzi petroliferi offshore e convocato una riunione d'urgenza, per il giorno 5 maggio, degli operatori petroliferi (ENI ed EDISON) [comunicato del Ministero].
Dopo il sensazionalismo dei primi giorni gli esperti invitano alla cautela: la portata dell'incidente è ancora tutta da valutare e, sebbene i danni all'ambiente possano diventare catastrofici, non si può per ora prevedere come andrà a finire. Le variabili in gioco sono troppe e se c'è chi, da una parte, grida all'Apocalisse, dall'altra molti sono più ottimisti sui possibili esiti dell'incidente.
© US Coast Guard - Alcuni diritti riservati


4 maggio 2010 - in queste elaborazioni, realizzate il 2 maggio con i dati radar forniti dal satellite Envisat dell'ESA (European Space Agency), si vede come la macchia di petrolio sia ancora confinata nei pressi della'rea del disastro, a nord della zona interessata dalla Loop Current che trasporta le acque calde del Golfo del Messico prima a nord, verso la Florida, e poi nell'oceano Atlantico, dando origine alla Corrente del Golfo. Venti diretti a sud potrebbero spostare la macchia e unirla alla Loop Current realizzando lo scenario più temuto dagli esperti.
© CLS, ESA - Tutti i diritti riservati

4 maggio 2010 - uno squalo ucciso dalla marea nera spiaggiato sulla riva di Ship Island, Mississipi. Mentre la moria di creature marine continua, la cupola gigante commissionata dalla BP per contenere le fuoriuscite di petrolio è pronta per essere utilizzata. Ancora incerto l'ammontare esatto della perdita: in una riunione a porte chiuse con i membri del Congresso, un dirigente anziano della BP ha ammesso che potrebbe superare i 60000 barili al giorno (circa 10 milioni di litri), più di 10 volte la stima effettuata in precedenza. Impossibile calcolare i danni che la compagnia petroliferà dovrà rifondere.
© The Huffington Post - Tutti i diritti riservati

5 maggio 2010 - la BP riesce ad arginare le perdite da una delle falle installando una valvola al termine della condotta di estrazione danneggiata. Sebbene l'intervento non riduca la fuoriuscita complessiva di petrolio, nei prossimi giorni permetterà alla compagnia di concentrare i suoi sforzi sulle due perdite rimaste. Grazie a condizioni meteorologiche favorevoli ci si prepara ad un'altra serie di incendi controllati, dopo quella effettuata il 28 aprile. L'unità di crisi assicura che gli incendi non avranno alcun effetto sulle zone popolate, i mammiferi e le tartarughe marine. L'EPA (Environmental Protection Agency) rimarrà sul posto per assicurarsi che la qualità dell'aria rimanga entro livelli accettabili. Si teme invece per l'uso di disperdenti chimici, il cui compito è scomporre o far evaporare più velocemente il petrolio. Gli effetti di questi composti sulla salute umana e sull'ecosistema marino non sono ancora chiari e stanno venendo analizzati da varie agenzie federali; 3000 galloni (circa 500000 litri) sono già stati riversati in mare ed altri 230000 galloni (circa 37 milioni di litri) sono già pronti: "Fondamentalmente è un grosso esperimento" dice Richard Carter, consulente politico dei Defenders of Wildlife. "Non sto dicendo che non dovremmo; non abbiamo buone opzioni".
© The Huffington Post - Tutti i diritti riservati


5 maggio 2010 - la sequenza video mostra un ROV (remote operating vehicle) mentre chiude, con successo, una delle tre falle sul fondo marino. Nel video è possibile osservare per la prima volta la quantità incredibile di petrolio che, in ogni istante, si riversa in mare.
© Sequenza video fornita dalla BP tramite US Coast Guard - Tutti i diritti riservati

5 maggio 2010 - emerge sempre più chiaramente il ruolo avuto dal colosso BP nel causare il disastro: una lunga storia di incidenti (l'ultimo nel 2005, quando un'esplosione in una raffineria in Texas causò 15 morti e 170 feriti: la BP aveva semplicemente ignorato le sue regole di sicurezza e disattivato il sistema di allarme), violazioni ambientali e dei diritti umani ed avvertimenti ignorati, permessi dalla politica dell'era Bush, caratterizza l'azienda, che nasconde, dietro lo specchietto delle allodole dell'investimento nello sviluppo di energie rinnovabili (nel 1998 adottò lo slogan "beyond petroleum", ovvero "oltre il petrolio"), un cuore nero come i combustibili fossili da cui trae tutto il suo guadagno.
© The Huffington Post - Tutti i diritti riservati

5 maggio 2010 - nello schema è illustrato il principio di funzionamento della cupola che, depositata sul fondo marino, permetterà di arginare temporaneamente la fuoriuscita di greggio.
© McClatchy- Tutti i diritti riservati (source: BP, CNN)

5 maggio 2010 - riprendono gli incendi controllati per ridurre la marea nera.
© US Coast Guard - Alcuni diritti riservati

5 maggio 2010 - barche per gamberi raccolgono il petrolio nelle acqua di Chandeleur Sound, Louisiana. La BP, che si è assunta le responsabilità finanziarie del disastro, nel tentativo disperato di limitare le proprie perdite ha cercato di comprare il silenzio dei pescatori locali, assunti per ripulire il disastro, offrendo loro denaro e lavori in cambio della rinuncia firmata a non fare causa al colosso petrolifero. Janet Napolitano, Segretario di Stato USA per la Sicurezza Interna, è subita intervenuta invitando la compagnia petrolifera ad ammettere di aver fatto un passo falso. Tony Hayward, amministratore delegato della BP, ha in seguito dichiarato ad un inviato del London Times che la compagnia pagherà tutte le richieste di risarcimento legittime, ma che "poichè questa è l'America molte delle richieste verranno illegittimate".
© The Sacramento Bee - Tutti i diritti riservati

5 maggio 2010 - un'incredibile immagine aerea delle scie di petrolio nelle acque di Chandeleur Sound, Louisiana.
© The Sacramento Bee - Tutti i diritti riservati

6 maggio 2010 - la cupola di contenimento lascia la Wild Well Control Inc. di Port Fourchon, Lousiana, per dirigersi verso il luogo dell'incidente a bordo della nave Joe Griffin.
© BP - Tutti i diritti riservati

6 maggio 2010 - Brandon Blackwell, un ufficiale della Guardia Costiera americana, ha dichiarato che le condizioni meteorologiche favorevoli della giornata di oggi hanno consentito a 18 aerei (nella foto un C130 della U.S. Air Force) di riversare sulla macchia di greggio 150000 galloni (24 milioni di litri) di disperdenti chimici. Le perplessità riguardanti l'uso di questi composti continuano ad aumentare: i disperdenti inglobano il petrolio facendolo precipitare verso il fondale marino. In questo modo si riesce ad evitare che la macchia di petrolio raggiunga la costa, ma le particelle sospese nell'acqua possono ugualmente essere inghiottite dai batteri e dal plancton e risalire di gradino in gradino la catena alimentare, devastando l'ecosistema marino. Ma, come si dice: lontano dagli occhi, lontano dal cuore e soprattutto dalle foto satellitari.
© DeepWater Horizon Response - Tutti i diritti riservati

6 maggio 2010 - una notizia stupefacente, riguardante le responsabilità del disastro, arriva dagli Stati Uniti. Secondo registrazioni ufficiali rilasciate dalla Associated Press, il Minerals Management Service, l'agenzia federale che regolamenta le piattaforme offshore, nel 2008 ha cambiato il proprio regolamento per esentare alcuni progetti nella regione del Golfo, tra cui quello della piattaforma DeepWater Horizon, dall'obbligo di presentare strategie di emergenza per il contenimento di fuoriuscite di petrolio di grave entità in caso di esplosione. Lunedì Tony Hayward, l'amministratore delegato della BP, aveva dichiarato: "Questo non è stato il nostro incidente... Questa non era la nostra piattaforma petrolifera. Questo non era il nostro equipaggiamento. Non era la nostra gente, i nostri sistemi e i nostri processi. Questa era la piattaforma della Transocean. I loro sistemi. La loro gente. I loro equipaggiamenti." La sua dichiarazione non ha bisogno di commenti: il braccio di ferro tra Washington ed il colosso petrolifero è solo agli inizi.
© The Huffington Post - Tutti i diritti riservati

6 maggio 2010 - un branco di delfini dal naso a bottiglia, o tursiopi, nuota nelle acque invase dal petrolio di Chandeleur Sound, Louisiana. C'è preoccupazione, tra gli esperti, per alcune propaggini della marea nera che si dirigono verso il delta del Mississipi.
© The Huffington Post - Tutti i diritti riservati

7 maggio 2010 - nella notte di ieri operatori della BP hanno calato in mare, a 1500 metri di profondità, la cupola di contenimento del petrolio realizzata a Port Fourchon. Usando sommergibili controllati in remoto stanno in queste ore tentando di piazzarla sulla testa di pozzo danneggiata. L'operazione, mai tentata in precedenza a simili profondità, continuerà per tutto il weekend. Se avrà successo il sistema diventerà operativo all'inizio della prossima settimana e riuscirà a contenere l'85% delle perdite. Una seconda cupola, più piccola, verrà poi piazzata sull'ultima perdita per arrestare completamente la fuoriuscita di greggio.
© US Coast Guard - Alcuni diritti riservati

8 maggio 2010 - la mappa, elaborata dal NOAA nella giornata di giovedì, mostra la probabile traiettoria ed estensione della macchia di petrolio per domenica 9 maggio 2010. Di giorno in giorno le dimensioni dell'area colpita si accrescono. Previsioni aggiornate ed ulteriori dettagli sono disponibili sul sito del GOHSEP (Governor's Office of Homeland Security & Emergency Preparedness). Un mandato federale ha proibito agli aerei civili non autorizzati il sorvolo e l'atterraggio delle zone più a rischio (in particolare il Breton National Wildlife Refuge) per non minacciare l'avifauna già a rischio per la marea nera in avvicinamento. Molti uccelli sono infatti nel periodo della nidificazione e il disturbo arrecato dagli aerei potrebbe allontanarli dai loro nidi e dalle uova.
© GOHSEP - Tutti i diritti riservati

8 maggio 2010 - questa immagine satellitare, ripresa in data odierna dal satellite RADARSAT-2 e diffusa dal CSTARS (Center for Southeastern Tropical Advanced Remote Sensing), mostra l'estensione superficiale reale della macchia di petrolio che ormai supera i 13000 chilometri quadrati.
© CSTARS - Tutti i diritti riservati

8 maggio 2010 - una foto del blowout preventer della Deepwater Horizon prima dell'incidente. Comincia a farsi un po' di chiarezza sulle cause che hanno portato all'affondamento della piattaforma. In base alle dichiarazioni degli addetti scampati all'incidente e secondo l'ipotesi formulata da Robert Bea, un professore di ingegneria dell'Università di Berkeley che lavorò come consulente per la BP negli anni '90, una bolla di metano, fuoriuscita dal pozzo ed in rapida espansione, ha causato la prima deflagrazione ed il danneggiamento del blowout preventer (BOP). In seguito una nuvola di gas ha avvolto la piattaforma causando l'esplosione dei motori presenti sulla DeepWater. Infine anche il petrolio proveniente dal pozzo si è incendiato condannando definitivamente la piattaforma.
Intanto, da un'indagine della Associated Press, emergono inquietanti verità sull'efficacia dei BOP nell'impedire le fughe di greggio incontrollate. I BOP non hanno funzionato o operato scorrettamente in almeno 15 incidenti, la maggior parte dei quali dopo il 2005. Rapporti governativi e dell'industria stanno sollevando perplessità sull'affidabilità di questi dispositivi da almeno una decade e, dopo quest'ultimo disastro, i test per verificarne il corretto funzionamento andranno sicuramente rivisti. "La valvola di sicurezza non sembra poi così sicura" ha dichiarato la senatrice Maria Cantwell. Dopo l'incidente l'AD della BP Tony Hayward aveva dichiarato che il malfunzionamento dei BOP era stato un evento senza precedenti. Niente di più falso.

© US Coast Guard - Alcuni diritti riservati

9 maggio 2010 - il primo tentativo di contenere la perdita di petrolio dalla testa di pozzo della DeepWater Horizon è fallito. Gli addetti hanno dovuto abbandonare le operazioni dopo che cristalli ghiacciati hanno cominciato a ricoprire la cupola di contenimento. La strategia, che avrebbe dovuto arginare la fuoriuscita di greggio in attesa che un nuovo pozzo riducesse la pressione di quello danneggiato, si è rivelata un insuccesso. La colpa è degli idrati di metano, composti chimici comuni a simili profondità e formati da molecole d'acqua ghiacciata che intrappolano gas metano. Gli idrati hanno iniziato a depositarsi all'interno della cupola ostruendola come sabbia in una clessidra, solo sottosopra. "Questa cupola non è il proiettile d'argento per fermare la perdita" ha dichiarato il Contrammiraglio della Guardia Costiera Mary Landry.
© Associated Press - Tutti i diritti riservati

9 maggio 2010 - L'International Bird Rescue Research Center ha allestito una base operativa a Fort Jackson, Lousiana, per ripulire gli uccelli colpiti dalla marea nera. L'area colpita dal disastro si estende sempre più destando grande preoccupazione: Dauphin Island, pochi chilometri al largo della costa dell'Alabama, è stata investita nel pomeriggio di ieri (ora della East Coast) da un'ondata di agglomerati di catrame, che si sono depositati sulle spiagge. La sostanza è in fase di analisi, ma il sospetto che provenga dal sito dell'incidente è quasi una certezza.
© Greenpeace USA 2010 - Tutti i diritti riservati

giovedì 29 aprile 2010

Nel Paese delle Creature Selvagge

Carol: Tu eri il loro Re e hai sistemato tutto quanto?

Max: Sì.

Carol: E cosa hai fatto per la solitudine?

Douglas: In altre parole terrai lontana la tristezza?

Max, dopo aver combinato un guaio, fugge di casa con indosso un costume da lupo, attraversa la foresta e, giunto in riva al mare, sale su una barca e si perde tra i flutti.
Dopo un giorno di navigazione approda in una strana isola, abitata da ancora più strane creature: esseri dall'aspetto di animali, grotteschi, sproporzionati, dominati per lo più dagli istinti, ma dotati di sentimenti e di coscienza.
Queste creature selvagge, che Max impara a conoscere, sono spesso tristi, angosciate, spaventate, bisognose di qualcuno che dica loro cosa fare nella vita e che corregga i loro sbagli.
Max diventa Re dell'isola, convinto di poter rendere felici i suoi nuovi amici e di impedire che si feriscano a vicenda, ma, nonostante i suoi buoni propositi, i suoi tentativi falliscono uno dopo l'altro ed egli si rivela per quello che è in realtà: un bambino con un costume da lupo che finge di essere un Re.

Chi è convinto che questo film sia una favola per bambini si ritroverà davanti qualcosa di completamente diverso: una storia, triste e straziante nelle sue conclusioni, che riflette come una specchio ciò che cova nel profondo di ogni uomo: c'è una creatura selvaggia in ognuno di noi.


Post scriptum: nel segnalare il film di Spike Jonze ho voluto riscrivere parola per parola la recensione (che ho pubblicato su Anobii) del libro "Le Creature Selvagge" di Dave Eggers. L'ho fatto perchè ho visto il film alla luce del romanzo, le emozioni che mi ha suscitato sono le medesime e non ho parole migliori per esprimerle. Dave Eggers ha scritto il romanzo basandosi sulla sceneggiatura del film, ma consiglio a chiunque sia interessato a quest'opera di seguire il mio stesso percorso. Molti dettagli andrebbero altrimenti perduti.

mercoledì 28 aprile 2010

Una smemorata verità

In questi giorni l'attenzione mediatica è concentrata sui tentativi di fermare la marea nera prodotta dall'esplosione e dal successivo affondamento della piattaforma DeepWater Horizon nel Golfo del Messico: una corsa contro il tempo per evitare un cataclisma ecologico.

Appena tre settimane fa la notizia dell'arenamento del cargo cinese Sheng Neng I sulla Grande Barriera Corallina Australiana era in primo piano su tutti i telegiornali. Oggi, con sconcerto, mi sono reso conto che, dopo la ribalta dei primi giorni, dell'incidente non si è più parlato.
Tutte le persone a cui ho chiesto delucidazioni in proposito non hanno saputo dirmi niente.

Che fine ha fatto la nave cinese?

Il disastro ecologico è stato evitato?

Visto che i media principali hanno dato poco o nullo risalto alle conseguenze dell'incidente è logico presupporre che tutto si sia risolto per il meglio: niente di più sbagliato.
Dopo una breve ricerca in rete ho scoperto che le conseguenze dell'incidente sono state gravissime.

Prima di parlare di ciò che è accaduto, voglio però fermarmi un attimo a riflettere su questo silenzio mediatico. A quanto pare il ruolo dei media tradizionali (su cui la maggior parte delle persone comuni basa la propria conoscenza del Mondo) non è informare, ma fare sensazione. E così accade che, notizie che meriterebbero di essere approfondite, vengano sommerse da insignificanti fatti di cronaca e presto dimenticate. Mi riferisco ovviamente al modo di fare informazione in Italia, ma lo stesso accade anche in altre parti del Mondo, come spiega molto bene Al Gore nel suo saggio "L'assalto alla ragione". Quando l'informazione viene manipolata con l'obiettivo di aumentare gli ascolti (e non solo) ciò che ne risulta non può essere altro che una visione parziale, distorta e frammentaria del Mondo.
Gli esempi si sprecano.
Si può parlare per mesi e mesi del delitto di Cogne o della strage di Erba, ma dei genocidi che si consumano in Africa non si sa niente finché qualche cittadino occidentale non viene coinvolto.
Se George Clooney inciampa su una buccia di banana lo vengono a sapere anche gli asini, ma delle testate nucleari depositate nelle nostre basi militari non sa niente nessuno.
Dell'LHC si parla solo quando qualche buffone salta fuori a dire che la Terra potrebbe essere inghiottita da un buco nero, ma domandate a un passante che esperimenti fondamentali per la conoscenza dell'Universo si compiano al CERN: non ve lo saprà dire.
Nell'era dell'informazione l'ignoranza regna sovrana.

Torniamo ora all'incidente della Sheng Neng I: la nave arenata è stata liberata con il favore dell'alta marea e trasportata al sicuro nel porto di Great Keppel, ma secondo David Wachenfeld, lo scienziato capo dell'autorità marina australiana, per risanare i danni causati all'ecosistema marino occorreranno 20 anni.

Oltre allo sversamento in mare di tre tonnellate di carburante, la nave ha infatti scavato un lungo canale nella barriera, distruggendo enormi porzioni di ecosistema. In alcune zone la parete della barriera si è letteralmente polverizzata sotto il peso della nave. Si teme inoltre per l'inquinamento causato dalla vernice tossica applicata allo scafo per impedirvi la crescita delle specie marine, che sta lentamente uccidendo i coralli.

La polizia australiana ha avviato un'inchiesta, su richiesta della Great Barrier Reef Marine Park Authority, che gestisce la riserva, e ha arrestato il capitano e un ufficiale di comando della nave, che dovranno essere processati per aver imboccato una rotta illegale attraverso il parco marino, come appurato dal ministro dei trasporti australiano, Anthony Albanese, e ammesso dalla Shenzen Energy Transport Company.

Gli armatori saranno responsabili dei costi di salvataggio e decontaminazione (stimati intorno ai 23 milioni di dollari), ma intanto il danno, definito "senza precedenti", è fatto e ciò che la natura ha creato in decine d'anni è stato distrutto in poche ore.

Fine della storia.

Per la foto: © Copyright ANSA - Tutti i diritti riservati

martedì 27 aprile 2010

Una seccante verità

A cosa serve fare la spesa con la borsa di tela?
A cosa serve chiudere il rubinetto dell'acqua quando si lavano i denti?
A cosa serve spegnere gli apparecchi elettrici in stand-by?
A cosa serve diminuire il proprio consumo di carne rossa?
A cosa serve sostituire le lampadine ad incandescenza con equivalenti a basso consumo?
A cosa serve uscire di casa a piedi o in bicicletta?
A cosa serve adottare a distanza un cucciolo di foca?
A cosa serve firmare una petizione contro la caccia selvaggia?
A cosa serve?

Quando poi accade questo...

L'immagine sopra riportata, ripresa dal satellite Aqua della Nasa, mostra la zona del Golfo del Messico interessata dalla fuoriuscita di petrolio seguita all'esplosione e all'affondamento della piattaforma DeepWater Horizon. La perdita si stima in 42000 galloni (190000 litri) al giorno, le possibilità di interromperla in tempi brevi sono incerte, i possibili danni agli ecosistemi marini e terrestri dalle spiagge della Florida alle paludi della Louisiana non calcolabili.

Se le previsioni degli esperti sono corrette la marea nera raggiungerà le coste della Louisiana entro la giornata di sabato.

© Vernon Merritt Iii, Dead bird covered with crude oil.
-aggiornamenti sull'incidente forniti dal NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration)

lunedì 19 aprile 2010

I problemi di un mondo (fisicamente) interconnesso

Il blocco del traffico aereo conseguente all'eruzione dell'Eyjafjallajökul rappresenta un disagio più o meno grave per le persone rimaste a terra, una fonte di preoccupazione per chi basa su questo mezzo di trasporto i propri affari ed il proprio lavoro e un durissimo colpo per il commercio internazionale.

Per me, che me ne sto comodamente seduto in poltrona davanti al pc, è invece un ottimo spunto di riflessione.

C'è qualcosa che non va nella nostra società, una debolezza intrinseca che di anno in anno si manifesta in forme diverse, ma accomunate dalla stessa radice: crisi, che fino a qualche decennio fa sarebbero rimaste confinate a livello locale, si trasformano in problemi internazionali.
L'aumento dell'interconnessione fisica tra le nazioni, la diminuzione delle distanze tra i luoghi, la trasformazione delle risorse (finanziarie, naturali, commerciali) da locali a "globali" offre ad un numero sempre maggiore di persone possibilità che prima erano riservate ad un'élite, ma al tempo stesso l'effetto di ogni perturbazione locale si trasmette in ogni angolo del globo.

Possiamo così mangiare fragole d'inverno, gustare sushi e frutti tropicali da Mosca a Rio De Janeiro, prendere voli low-cost per trascorrere un romantico weekend a Parigi, acquistare a prezzi stracciati t-shirt tessute in India, tinte in Cina e vendute su Ebay da un rivenditore nordamericano, fare il pendolare da Roma a Vancouver.

Ma dobbiamo anche temere per la nostra incolumità quando terroristi mediorientali riescono a prendere il controllo di aerei a New York, treni a Madrid, convogli della metropolitana a Londra, perdere il lavoro in Spagna in seguito all'esplosione di una bolla speculativa immobiliare negli Stati Uniti, ammalarci di febbre suina in Australia dopo due settimane che un virus influenzale proveniente dal Messico è stato ormai trasportato da viaggiatori infetti in ogni nazione occidentale, osservare preoccupati rivolte alimentari nelle nazioni in via di sviluppo dopo che gli Stati Uniti hanno fornito sussidi per la produzione di bio-etanolo, assistere impotenti al tracollo del commercio e ad ingenti perdite finanziarie quando un'eruzione vulcanica in Islanda costringe a terra gli aerei.

Il mondo sta diventando sempre più piccolo. I problemi che lo affliggono sempre più grandi.

Ma questi sono solo i sintomi di una malattia che deve ancora manifestarsi nel pieno del suo vigore. In passato civiltà sono sorte e sono cadute. Nazioni un giorno fiorenti sono precipitate nella polvere. Popoli sono spariti lasciandosi alle spalle solo romantiche rovine nella giungla. Ma nessuno degli esempi del passato sembra esserci servito da monito. E ora stiamo costruendo una grande civiltà globale, basata sulle stesse (fragili) fondamenta del mondo che ci ha preceduto: il libero mercato, il mito della crescita illimitata in un pianeta limitato, la mancanza di equilibrio.
La società globalizzata è un immenso castello costruito sulla sabbia, abitato da 7 miliardi di persone e al cui crollo (se e quando avverrà) nessuno potrà sottrarsi.

In un Mondo strettamente intrecciato cosa accadrà quando le risorse idriche e alimentari non potranno più soddisfare le richieste di paesi emergenti come Cina e India? Quando nazioni sull'orlo del fallimento precipiteranno nel caos? O quando a causa del raggiungimento del picco del petrolio il costo delle materie prime schizzerà alle stelle?

Le risposte le lascio trovare a voi.

Essere consapevoli della fragilità della nostra società è utile?
Io ho una certezza, l'ho maturata nel corso degli anni e per ora niente è riuscito a farmi cambiare idea. Il mondo occidentale così come lo conosciamo oggi non sopravviverà ancora a lungo: o cambierà o si autodistruggerà. La violenza della trasformazione dipenderà dalle nostre scelte, dalla reversibilità o meno di alcuni dei fenomeni classificati sotto il nome "globalizzazione".
Tuttavia non sono fiducioso. Nel 1972 scienziati e industriali di tutto il Mondo si riunirono al Club di Roma e stilarono un rapporto per definire i limiti dello sviluppo della civiltà umana, che seguendo i trend analizzati all'epoca non sarebbe potuto durare per più di un secolo. Questo incontro fu una prima grande opportunità di cambiamento, ma venne sprecata. Sono passati quasi 40 anni: niente è cambiato. Anzi, col passare degli anni l'idea di frenare lo sviluppo è diventata sempre più assurda. E l'orologio continua a ticchettare... TIC TAC TIC TAC

Link:
-Jared Diamond, Collasso, Einaudi, 2007
-Bill McKibben, Sconfiggere il mito della crescita, Le Scienze n. 500, aprile 2010

lunedì 12 aprile 2010

Oltre al global warming...

Nel suo articolo "Limiti per un pianeta sano", comparso sul numero di Aprile de Le Scienze, Jonathan Foley, direttore dell'Institute of Environment dell'Università del Minnesota, elenca in modo conciso i principali processi ambientali che l'intervento antropico sta irrimediabilmente alterando (o ha già alterato) e che potrebbero scatenare crisi ambientali globali e minacciare la sopravvivenza stessa della specie umana.

Al di là del concetto di punto di non ritorno, che ha suscitato un acceso dibattito, è a mio parere molto interessante la tabella in cui sono elencate le conseguenze dell'alterazione di questi processi. Riguardo ad esse c'è un generale accordo e la tabella riassume efficacemente la gravità della situazione. Come appare subito chiaro, tale scenario è ben diverso da quello presentato dai media all'opinione pubblica, concentrato quasi esclusivamente sul problema del cambiamento climatico e, in misura minore, su quello della perdita di biodiversità.

  • Perdita di biodiversità --> collasso degli ecosistemi terrestri e marini

  • Ciclo dell'azoto --> espansione delle zone morte in laghi e mari

  • Ciclo del fosforo --> alterazione delle catene alimentari marine

  • Cambiamento climatico --> scioglimento di ghiacciai e poli; alterazioni climatiche locali

  • Uso del suolo --> collasso dei biomi

  • Acidificazione degli oceani --> morte di microrganismi e coralli; riduzione dell'assorbimento del carbonio

  • Consumo di acqua dolce --> danni a vegetazione e colture

  • Riduzione dell'ozono della stratosfera --> danni da radiazione su umani, animali e piante


Ogni voce meriterebbe un approfondimento, ma già l'elenco dà una vaga idea dei rischi a cui la nostra civiltà sta andando incontro. Il Tè del Cappellaio Matto non durerà per sempre, presto o tardi le tazzine finiranno.

martedì 6 aprile 2010

Darwin non aveva ragione. Lo dicono anche gli atei...

...e per colpa sua la cena mi è andata di traverso.

Purtroppo mi è capitata tra le mani la pagina "culturale" de Il Giornale del 3 aprile, con un bell'articolo (si fa per dire)
contro la teoria dell'evoluzione e zeppo di falsità scritto da Roberto de Mattei (storico del Cristianesimo, vice-presidente del CNR, direttore di riviste spazzatura come "Radici Cristiane" e, ultimo ma non meno importante, famigerato creazionista) .

Mi chiedo spesso (e non penso di essere l'unico) perchè Roberto de Mattei ricopra ancora la carica che gli è stata conferita. E' una situazione imbarazzante. Le sue affermazioni anti-evoluzioniste, prive di qualsiasi fondamento scientifico, avrebbero dovuto causare la sua espulsione immediata a calci nel sedere dall'ente, ma si sa: questa è l'Italia!
Da quando Mussolini ha firmato i Patti Lateranensi, la laicità dello Stato è andata all'Inferno e così i soldi dei contribuenti, tanto per dirne una, vanno a finanziare convegni contro uno dei pilastri della biologia moderna. Ma non solo: i pensieri e le opinioni di chi non dovrebbe nemmeno insegnare ad un branco di scimmie vengono pubblicati sulle pagine di scienza di uno dei quotidiani a maggiore tiratura nazionale.

VERGOGNA.


Andiamo ora ad analizzare brevemente l'articolo in questione.

L'attacco alla teoria di Darwin rispetta tutti i trucchetti a cui i creazionisti ricorrono sempre più spesso per dare credibilità alle loro opinioni, ma questa volta de Mattei supera sè stesso e,
nel tentativo di mettere in cattiva luce l'evoluzione, da bravo cattolico si appoggia addirittura alle idee di due positivisti. Ridicolo!

La principale strategia di ripiego dei creazionisti è far credere che la teoria dell'evoluzione sia scientificamente controversa (cosa assolutamente falsa: l'evoluzione non è un'ipotesi, è UN FATTO, attestato da migliaia di osservazioni) ed evitare di parlare (o parlare il meno possibile) dell'alternativa. De Mattei scrive che "l'evoluzionismo è un ibrido connubio tra una teoria filosofica e una teoria scientifica" (sono davvero esterrefatto...) e, come avrete notato leggendo l'articolo, a parte un breve aneddoto iniziale, la teoria di Fodor e Palmarini è appena citata.

Attaccare l'evoluzione dicendo che non è confermata da dati scientifici (o che addirittura è in conflitto con essi) è un altro classico dei creazionisti e de Mattei segue alla lettera la regola, arrivando addirittura ad affermare che prove paleontologiche confutano la teoria darwiniana, quando è vero l'esatto opposto. Ma andiamo avanti...

Il creazionismo è una tale baggianata che, anche cambiandogli il nome in intelligent design, nessuna persona dotata di un minimo di raziocinio è portata a crederci. Così la strategia più audace dei creazionisti è non parlare affatto di creazionismo, nossignori, ma dire semplicemente che l'evoluzione è una teoria in crisi. Ovviamente non è vero, ma qui de Mattei è davvero scaltro!
Di solito ogni prova contro l'evoluzione diventa una prova a favore del creazionismo, invalidare l'una significa convalidare l'altra. De Mattei è più furbo. Visto che questo trucco ormai è abusato inserisce una terza-teoria-che-non-si-capisce-bene-di-che-parli, così ogni prova contro l'evoluzione, dato che la-terza-teoria-insomma-l'abbiam-capito-che-è-una-stronzata, finisce col diventare una prova a favore del creazionismo (vedi ultimo paragrafo dell'articolo). Beccato! Anche con i baffi finti un creazionista-cattolico-fino-all'osso si riconosce sempre!

Usare le argomentazioni secondo cui l'evoluzione sia il semplice frutto del caso (secondo de Mattei è uno degli argomenti più efficaci per confutare l'evoluzionismo darwiniano) o che essa sia un processo graduale, dal più semplice al più complesso, dal peggiore al migliore, lo ritengo un insulto all'intelligenza dei lettori. L'evoluzione è il cambiamento senza sosta dei viventi per effetto di mutazioni genetiche casuali sottoposte all'azione della selezione naturale, ma evidentemente de Mattei fa un po' di confusione. Da un certo punto di vista è giustificato: dimenticavo infatti che è uno storico, non un biologo. L'ignoranza è lecita (ma non apprezzata).

Mi fermo qua. Le scempiaggini riportate in questo articolo sono tante e tali che a rileggerle mi viene il voltastomaco. Le considerazioni finali sugli schemi e sulle forme sono nel migliore dei casi mal poste. Il paragrafo finale è la summa di tutte le falsità.

Il giorno in cui de Mattei verrà licenziato stapperò una bottiglia, ma quel giorno non arriverà mai abbastanza presto.

"Si può affermare con sicurezza, che se si incontra una persona che afferma di non credere nell'evoluzione, quella persona è ignorante, stupida o malata di mente (o in malafede, ma preferirei non occuparmene)."

Richard Dawkins, L'ignoranza non è un crimine

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