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giovedì 3 ottobre 2013

Le vene aperte del continente africano

A che serve indire un giorno di lutto nazionale? A che serve quando si è complici del meccanismo perverso che costringe gente disperata ad affrontare viaggi disumani? A che serve quando si assiste al dramma di un intero continente senza fare niente per rimediare? È un modo per sentirsi con la coscienza a posto?
La spoliazione e sottomissione dell'Africa non è terminata con la fine del colonialismo. Agli stati nazionali si sono sostituite le grandi multinazionali, ai governatori gli amministratori delegati. Niente è cambiato. Continuiamo a strappare al continente nero le sue risorse e la sua gente senza offrire niente in cambio. Instabilità politica, guerre, genocidi, fame e disperazione sono il sottoprodotto degli interessi economici dell'Occidente neoliberista. E i morti di Lampedusa non sono altro che un danno collaterale accettabile. Una piccola goccia nel mare di sangue formato dalle vene aperte del continente africano.

mercoledì 11 settembre 2013

11-09-1973

C'è un altro 11 settembre oltre a quello del 2001.
Un 11 settembre altrettanto tragico e che, come il giorno in cui le Torri Gemelle di New York furono rase al suolo, andrebbe ricordato.
Quarant'anni fa, l'11 settembre 1973, il governo democraticamente eletto di Salvador Allende fu rovesciato da un colpo di stato militare. Mentre il corpo senza vita del presidente veniva condotto fuori dal palazzo di governo, il generale Augusto Pinochet prendeva il potere. Anni terribili attendevano il popolo cileno, anni sanguinosi in cui assassinio e tortura divennero pratiche comuni, in cui lo stato sociale fu spazzato via e in cui il paese precipitò in una profonda recessione.
Altri colpi di stato avrebbero squassato il continente sudamericano negli anni successivi. Essi furono gli ultimi episodi di una guerra di saccheggio iniziata il giorno in cui Cristoforo Colombo mise piede per la prima volta nelle Indie Occidentali. Studiandoli bene si trovano in essi alcuni denominatori comuni: la complicità dei servizi d'intelligence nordamericani e l'adozione delle tecniche di tortura e repressione perfezionate dalla CIA, l'approvazione nemmeno troppo tacita del Governo degli Stati Uniti e dei suoi alleati, la sistematica applicazione, nei paesi conquistati, delle dottrine economiche neoliberiste, magari dietro alla facciata della carità internazionale. Il tutto con un unico scopo: mantenere i paesi latinoamericani in uno stato di sudditanza e alla mercè delle grandi imprese del mondo capitalistico, imprese capaci di creare e distruggere re e presidenti, di finanziare rivolte di palazzo, di disporre di innumerevoli generali, ministri e James Bond e di decidere della guerra e della pace in tutte le regioni e in tutte le lingue del mondo*.
E' da decenni che gli Stati Uniti hanno vomitato la Dichiarazione d'Indipendenza e che si sono piegati senza vergogna ai dettami del capitalismo. Dunque, se devo commemorare l'11 settembre, non voglio farlo ricordando la caduta dei simboli del potere economico occidentale, ma la tragedia dei milioni che hanno sofferto e sono morti per causa di quello stesso potere, annoverando tra di essi le vittime degli attacchi suicidi di dodici anni fa.

*Eduardo Galeano, Le Vene Aperte dell'America Latina

lunedì 6 giugno 2011

Diecimila miliardi di dollari

Dall'inizio della guerra fredda, nel 1946, alla sua fine, nel 1989, gli Stati Uniti hanno speso (secondo il cambio del 1989) la bellezza di oltre diecimila miliardi di dollari per fronteggiare l'Unione Sovietica a livello mondiale. Di questa cifra, più di un terzo è stato speso dall'amministrazione Reagan che portò il deficit nazionale a livelli mai raggiunti da tutte le precedenti amministrazioni messe insieme, a partire da quella di George Washington. All'inizio della guerra fredda, la nazione era, da tutti i punti di vista, inattaccabile da qualunque forza militare straniera. Oggi, dopo aver speso una parte così ingente delle proprie risorse nazionali (e nonostante la guerra fredda sia finita), gli Stati Uniti possono essere praticamente rasi al suolo in pochi minuti.
Un'azienda che avesse sperperato il proprio patrimonio in maniera così dissennata, e con risultati quasi inesistenti, sarebbe fallita già da tempo. I dirigenti incapaci di ammettere un fallimento tanto evidente della politica aziendale sarebbero stati già da tempo scacciati dagli azionisti.
Come si sarebbe potuto impiegare diversamente quel denaro (non tutto, in quanto la difesa è, ovviamente, necessaria entro certi limiti, ma diciamo almeno la metà)? Con poco più di cinquemila miliardi, distribuiti con oculatezza, avremmo potuto compiere numerosi passi avanti nella soluzione di problemi quali la fame nel mondo, i senzatetto, le malattie infettive, l'analfabetismo, l'ignoranza, la povertà e la tutela dell'ambiente - non solo negli Stati Uniti, ma nel mondo intero. Avremmo potuto lavorare per la creazione di agricolture autosufficienti in tutto il pianeta e per eliminare molte delle cause che presiedono alla guerra e alla violenza. E tutto ciò con enormi vantaggi anche per l'economia americana. Avremmo potuto agire sul deficit nazionale. Con meno di un punto percentuale di quel denaro, avremmo potuto progettare un programma di esplorazione a lungo termine con l'invio di uomini su Marte. Con una minima frazione di quel denaro avremmo potuto supportare per decenni le più fantastiche e creative opere d'arte, l'architettura, la medicina e la scienza. Le opportunità a livello tecnologico e imprenditoriale sarebbero state straordinarie.

[tratto da Carl Sagan, Miliardi e Miliardi, 1997, Cap.17 Gettysburg e oggi]

lunedì 7 febbraio 2011

Petrolio d'Egitto!

Della rivolta in Egitto i telegiornali stanno parlando in lungo e in largo. Tuttavia ci sarebbero molte cose da dire in proposito. Si potrebbe ad esempio fare qualche considerazione sulla realpolitik, che obbliga i leader di mezzo Mondo (compreso il nostro premier - ma si ricordi che l'Italia è uno dei principali partner commerciali dell'Egitto) a vezzeggiare quello che, se non avesse fatto gli interessi dell'occidente per decenni, verrebbe definito un dittatore e un tiranno. O della censura totale di Internet attuata dal governo del Cairo, soluzione repressiva a cui nessuno era mai giunto prima. Argomenti interessanti, ma di cui non voglio occuparmi oggi. Quello che più mi interessa, alla luce di questa rivolta e delle altre che stanno investendo il Maghreb, è analizzare i motivi della crisi.
Non pretendo di possedere la verità e nemmeno una parte di essa. Dietro agli scontri in Egitto ci sono complesse ragioni socio-economiche e geo-politiche che non sono in grado di analizzare a fondo, ma spiegare la rivolta nel modo semplicistico in cui viene presentata dai media è sbagliato e fuorviante. Le rivoluzioni non si manifestano finché le cose non vanno così male da giustificarle.
La domanda dunque è: perchè le cose in Egitto stavano andando così male?

Date un'occhiata a questo grafico, ottenuto usando l'Energy Export Databrowser e basato sui dati della BP Statistical Review:


La figura è abbastanza chiara, ma ci sprecherò due parole. Ormai da un paio di decenni la produzione petrolifera egiziana è in declino. Al contrario, il consumo di greggio continua a salire. Da paese esportatore di petrolio l'Egitto si sta trasformando in un paese importatore, perdendo un'importante fonte di reddito e di stimolo per l'industria: questo va ad aggravare una situazione finanziaria a dir poco disastrosa.

Stando al CIA World FactBook, le riforme economiche varate dal governo nel periodo 2004-2008 per attrarre investimenti stranieri hanno avuto scarso successo a causa della recessione economica globale. Con un debito pubblico pari all'80,5% del PIL, più del 20% della popolazione sotto la soglia di povertà, un'inflazione galoppante (12,8% nel 2010) e un tasso di disoccupazione pari al 9,7%, la situazione egiziana alla vigilia della crisi era tutt'altro che stabile.

Per calmierare i prezzi dei generi alimentari da decenni il governo egiziano fa ricorso a sussidi.  Nel 1977 l'annuncio di provvedimenti economici che avrebbero portato al rialzo dei prezzi dei generi di prima necessità scatenò una rivolta (la cosiddetta rivolta del pane) in cui persero la vita decine di persone. Il governo dell'epoca fu costretto a tornare sui suoi passi. Ma da allora la situazione non ha fatto che peggiorare. Nel 2008 al grido Aish! Aish! (pane! pane!) milioni di egiziani assaltarono i forni di tutto il paese. Morirono 15 persone e la crisi rientrò, almeno per un po'.

Considerato un tempo il granaio dell'impero romano, l'Egitto è oggi uno dei maggior importatori di grano del Mondo (nel 2010 il ministro dell'agricoltura Amin Abaza ha dichiarato che il paese importa il 40% del cibo e il 60% del grano). Anche la pressione demografica ha continuato a crescere in modo inarrestabile, togliendo tra l'altro terreni prima disponibili per l'agricoltura, già minacciata da un forte stress idrico (l'Egitto è in competizione con Sudan ed Etiopia per lo sfruttamento del bacino del Nilo, una situazione che rende instabile l'intera regione).

Venendo a mancare fonti di reddito importanti come l'esportazione di petrolio (compensate solo in parte negli ultimi anni da un aumento delle esportazioni di gas naturale e da altri proventi come quelli derivanti dal transito delle navi nel canale di Suez, una cui ipotetica chiusura assesterebbe un ulteriore grave colpo all'economia egiziana) e dovendo fra fronte ad un aumento del prezzo del grano (nel 2010 la produzione ha subito una contrazione, in parte dovuta all'ondata di caldo e siccità che ha investito la Russia) mantenere immutata la politica dei sussidi, che è ormai uno dei pilastri dell'economia egiziana, diventa sempre più difficile ed insostenibile.

Aggiungiamo un sistema corrotto, autoritario e oppressivo, un gap tra ricchi e poveri sempre più ampio e un benessere che non si vede se non sulla carta e negli alberghi a 5 stelle in riva al Nilo (nel 2010 il PIL egiziano è cresciuto del 5,3%, uno dei tassi più alti della regione, ma insufficiente per compensare la crescita demografica) ed ecco spiegate le ragioni della crisi! L'Egitto è una nazione allo sfascio.

Purtroppo, ed è qui che voglio andare a parare, la situazione egiziana è tutt'altro che isolata.

La produzione di petrolio ha già raggiunto il picco in diverse nazioni e, a livello globale, sta stagnando dal 2005. Nonostante le previsioni ottimistiche (o miopi) di chi sostiene che, grazie a tecnologie all'avanguardia, sarà possibile proseguire l'estrazione di greggio a prezzi economicamente vantaggiosi fino alla fine del secolo, ritengo più probabile che l'aumento della domanda di petrolio e altri combustibili fossili, soprattutto a causa dell'ingresso nel mercato di economie emergenti e avide di risorse, sarà impossibile da soddisfare in seguito all'esaurimento delle riserve primarie e più facilmente accessibili. Lo scatenarsi di conflitti in aree come l'Afghanistan e l'Iraq è, a mio parere, sintomo di una corsa ad accaparrarsi le risorse strategiche finché è possibile.

Un aumento della domanda e un ristagno (o una diminuzione) della produzione hanno come conseguenza un aumento dei prezzi. Non solo del petrolio, com'è logico aspettarsi, ma anche del cibo.

Guardate questo grafico, che mette a confronto il FAO Food Price Index con l'indice Brent del petrolio:


Notate qualche somiglianza? Vorrei ricordarvi che il petrolio è usato direttamente nella produzione agricola (i trattori vanno a gasolio) e indirettamente nell'immagazzinamento e nel trasporto. Da cui la forte somiglianza tra i due grafici.

Se a questo sommiamo l'aumento demografico, la diffusione dello stile di vita occidentale con il conseguente maggiore consumo di carne (per la cui produzione sono necessarie notevoli quantità di grano ed acqua) e uno scellerato uso delle risorse agricole per la produzione di biocarburanti otteniamo una domanda di grano ed altre risorse alimentari primarie in continua crescita.

D'altra parte non è previsto per i prossimi anni un aumento decisivo della produzione agricola paragonabile a quello avviato dalla Rivoluzione Verde negli anni '70, motivo per cui i prezzi dei generi alimentari sono destinati a salire sempre più.

Questo aumento dei prezzi, unito ad una diminuzione dei redditi e del potere d'acquisto a causa della recessione economica, è insostenibile per una larga parte della popolazione mondiale, che vive sotto la soglia di povertà. La crisi colpisce per prime le economie più deboli e le nazioni socialmente arretrate, ma anche le classi disagiate delle nazioni più ricche. Per di più l'inflazione innesca un meccanismo di feedback che alimenta la crisi economica. Dovendo impegnare più risorse finanziarie nell'acquisto di generi di prima necessità, le classi più deboli rinunciano all'acquisto di beni secondari. Vi è così una contrazione dei consumi, che in un sistema economico che basa il benessere sul PIL è un autentico disastro.
Temo che le rivolte del pane diverranno una norma negli anni a venire.

In un Mondo strettamente interconnesso come quello in cui viviamo, che continua a basare il proprio funzionamento sull'uso di combustibili fossili, in cui i concorrenti ad accaparrarsi le risorse diventano sempre più numerosi ed agguerriti ed in cui la cultura economica dominante basa le proprie decisioni su previsioni a breve termine il futuro si prospetta grigio.
Il Rapporto sui limiti dello sviluppo commissionato al MIT dal Club di Roma e pubblicato nel 1972 fu deriso e gli scienziati che ammonirono i decisori politici sui rischi derivanti dalla crescita illimitata fecero la fine di Cassandra. Forse qualcuno avrebbe dovuto dar loro ascolto. Ma questa, come si suol dire, è un'altra storia.

giovedì 27 gennaio 2011

Diario di Hiroshima di Michihiko Hachiya

La mattina del 6 agosto 1945, il bombardiere B-29 Enola Gay si alzò in volo dalla base di Tinian Island, nell'arcipelago delle Marianne, con a bordo una bomba all'uranio dal peso di quattro tonnellate.
Alle 8.15 la bomba, conosciuta con il nome in codice Little Boy, fu sganciata in corrispondenza del centro della città di Hiroshima.
Dopo 57 secondi di caduta, all'altezza predeterminata di 600 metri, i dispositivi interni alla bomba innescarono con una piccola detonazione una massa super-critica di uranio di 64 kg. Di quei 64 kg, solo 0,7 kg furono sottoposti a fissione e di quella massa solo 600 milligrammi furono convertiti in energia.
La potenza distruttiva dell'ordigno bruciò qualsiasi cosa nel raggio di chilometri, l'onda d'urto rase al suolo gli edifici e radiazioni mortali colpirono tutti gli esseri viventi che si trovavano nei pressi dell'ipocentro. Si pensa che 70000 persone morirono sul colpo e altrettante nei giorni, nelle settimane e nei mesi seguenti, a causa delle ferite subite o delle radiazioni.

Al momento dell'esplosione, Michihiko Hachiya, direttore dell'Ospedale delle Comunicazioni di Hiroshima, si trovava nella sua casa, distante circa un chilometro e mezzo dall'ipocentro. Sopravvissuto al pikadon per miracolo, nudo e ferito, il dottor Hachiya si trascinò, insieme alla moglie, fino all'ospedale, dove rimase, prima come paziente e poi come medico, per diverse settimane. Diario di Hiroshima, pubblicato nel 1955, raccoglie lo straordinario racconto di questa esperienza e rappresenta una testimonianza unica di uno dei più terribili eventi della storia dell'umanità. La narrazione comprende il periodo che va dal 6 agosto al 30 settembre 1945.
 
"All'improvviso fui abbagliato da un lampo di luce, seguito immediatamente da un altro. A volte, di un evento, si ricordano i più minuti particolari: rammento perfettamente che una lanterna di pietra nel giardino si illuminò di una luce vivida, e io mi chiesi se fosse prodotta da una vampa di magnesio, o non piuttosto dalle scintille di un tram di passaggio.
Le ombre del giardino sparirono. La scena, che un istante prima mi era apparsa così luminosa e gaia di sole, si oscurò, gli oggetti si fecero indistinti. Fra i nembi di polvere riuscivo a stento a distinguere una colonna di legno che era servita di sostegno a un angolo della casa. Ora la colonna era contorta e il tetto pareva in procinto di rovinare."

Scritto con una prosa lucida e precisa, il diario offre uno sguardo, giorno dopo giorno, sul panorama di morte e desolazione in cui si sono ritrovati la città e i suoi abitanti durante e dopo lo scoppio della bomba. La mentalità scientifica del dottore traspare nella descrizione dei feriti, degli ustionati, degli uomini e delle donne investiti dall'esplosione o colpiti dalle radiazioni, senza omettere alcun particolare, nemmeno i più macabri.
E così ci appaiono davanti agli occhi uomini dal volto liquefatto, nudi, con la pelle che si stacca dai muscoli, che vagano ciechi per le strade della città ridotta in macerie, soffocata dagli incendi e avvolta in una notte prematura.
O i pazienti dell'ospedale, scampati all'esplosione, ma non all'effetto letale delle radiazioni: agonizzanti in un letto, soffocati dalle emorragie, con la pelle piagata e i capelli che cadono, mentre i medici assistono impotenti.
O le ombre di chi, dalla bomba, è stato ridotto in cenere. 

Oltre al contenuto puramente descrittivo, il diario offre anche un aspetto umano molto importante, costituito dalle riflessioni, dai sentimenti e dalle annotazioni personali del dottor Hachiya. E così, attraverso le sue parole, osserviamo il destino di un popolo sconfitto, umiliato e costretto alla resa. Scopriamo la bassezza di taluni uomini ed il coraggio e l'onore di altri, che anche nei momenti più bui si elevano come un faro, animati dai più puri sentimenti. In particolare le pagine dedicate da sensei Hachiya all'Imperatore sono molto toccanti: una fede irremovibile, così come viene descritta nel racconto del salvataggio del ritratto imperiale, appare a tratti incomprensibile a noi occidentali. Colpisce anche il grande rispetto mostrato per il nemico, soprattutto dopo un evento tragico come il bombardamento. 

In definitiva Diario di Hiroshima è una lettura che atterrisce, commuove e fa riflettere. Sicuramente è uno dei libri migliori che io mi sia trovato tra le mani negli ultimi anni. Consiglio a tutti di leggerlo: il 6 agosto 1945 è una data che non va dimenticata, affinché certi orrori non debbano mai ripetersi.


Link: 

martedì 23 febbraio 2010

Mattatoio n.5 o La Crociata dei Bambini di Kurt Vonnegut

Vista a rovescio da Billy, la storia era questa: gli aerei americani, pieni di fori e di feriti e di cadaveri decollavano all'indietro da un campo di aviazione in Inghilterra. Quando furono sopra la Francia, alcuni caccia tedeschi li raggiunsero, sempre volando all'indietro, e succhiarono proiettili e schegge da alcuni degli aerei e degli aviatori. Fecero lo stesso con alcuni bombardieri americani distrutti, che erano a terra e poi decollarono all'indietro, per unirsi alla formazione. Lo stormo, volando all'indietro, sorvolò una città tedesca in fiamme. I bombardieri aprirono i portelli del vano bombe, esercitarono un miracoloso magnetismo che ridusse gli incendi e li raccolse in recipienti cilindrici di acciaio, e sollevarono questi recipienti fino a farli sparire nel ventre degli aerei. I contenitori furono sistemati ordinatamente su alcune rastrelliere. Anche i tedeschi, là sotto, avevano degli strumenti portentosi, costituiti da lunghi tubi di acciaio. Li usavano per succhiare altri frammenti dagli aviatori e dagli aerei. Ma c'erano ancora degli americani feriti, e qualche bombardiere era gravemente danneggiato. Sopra la Francia, però, i caccia tedeschi tornarono ad alzarsi e rimisero tutti e tutto a nuovo. Quando i bombardieri tornarono alla base, i cilindri di acciaio furono tolti dalle rastrelliere e rimandati negli Stati Uniti, devo c'erano degli stabilimenti impegnati giorno e notte a smantellarli, e separarne il pericoloso contenuto e a riportarlo allo stato di minerale. Cosa commovente, erano soprattutto le donne a fare questo lavoro. I minerali venivano poi spediti a specialisti in zone remote. Là dovevano rimetterli nel terreno e nasconderli per bene in modo che non potessero più fare male a nessuno.

Post scriptum: su Anobii ci sono 415 recensioni di Mattatoio n.5, leggetevi quelle. Io non ho niente da aggiungere.

domenica 21 febbraio 2010

Meglio maiale che fascista

Porco Rosso (紅の豚 - Kurenai no buta) è un film di animazione del 1992, sceneggiato e diretto da Hayao Miyazaki.

Complice la mancata distribuzione, il film è poco conosciuto nel nostro Paese: fatto paradossale, visto che è ambientato proprio nell'Italia del primo dopoguerra.

Porco Rosso narra le avventure di Marco Pagot, un aviatore italiano scampato miracolosamente ad una battaglia aerea con i tedeschi durante la Prima Guerra Mondiale e condannato da un incantesimo ad assumere le sembianze di un maiale. A causa di questa maledizione, Marco è costretto a rinunciare ad una vita normale e all'amore per Gina, la bella cantante di un night club frequentato da aviatori. Dopo avere lasciato l'Aeronautica per evitare di condividere le idee del regime fascista, si ritira in solitudine su un'isoletta della Dalmazia e trascorre la vita volando sul suo idrovolante dipinto di rosso (da cui il soprannome), dando la caccia ai pirati dell'aria, che infestano le coste del mar Adriatico, e tornando occasionalmente a frequentare la gente di terra, a cui però non può più legarsi.

Tra spettacolari duelli aerei, rocambolesche fughe dalla polizia fascista, scontri con il pilota americano Donald Curtis e viaggi a Milano, il film è una favola poetica e commovente, ambientata in un'Italia immaginaria sull'orlo della guerra, vista attraverso gli occhi del grande regista giapponese.

La mia speranza è che la Lucky Red, che ha acquisito i diritti del film per l'Italia, si decida a distribuire questo capolavoro anche nel nostro Paese. Nel frattempo potete trovare alcune versioni sottotitolate sulle reti P2P.



giovedì 18 febbraio 2010

Fate la guerra, non andate su Marte!

Ho poco da aggiungere a quanto è già stato detto e ripetuto dai giornali: il programma Constellation, che avrebbe dovuto rimpiazzare gli Shuttle e riportare l'Uomo sulla Luna, in vista del passo successivo verso l'esplorazione di Marte, è stato sospeso e sostituito con un'audace e ambiziosa nuova iniziativa spaziale (AHAHAH). I percome e i perchè li ha già spiegati il presidente Obama, quindi è inutile che li ripeta anch'io. Forse è stata la scelta giusta, la fine di un mito kennediano ormai agonizzante, l'inizio di una nuova epoca in cui la conquista dello spazio non sarà più la lotta tra due nazioni, ma una grande cooperazione internazionale.

Non mi interessa.

La questione è un'altra. E mi fa davvero innervosire.

Se tutto il budget che il governo degli Stati Uniti investe per la Difesa fosse usato per il programma spaziale, nel giro di dieci anni la conquista del Pianeta Rosso sarebbe cosa fatta.

560 MILIARDI DI DOLLARI (1) all'anno alla NASA sono troppi, dite voi? Va bene: investiamone metà per lo sviluppo di fonti di energia rinnovabili, reti energetiche distribuite e nuovi veicoli. In dieci anni la dipendenza dal petrolio e il problema delle emissioni di carbonio sarebbe un ricordo. Non negli Stati Uniti. Nel Mondo.

Come? Avanzano dei fondi? Nessun problema: ci sono gli ecosistemi terrestri da risanare, l'analfabetismo da sradicare, scuole da costruire, programmi di assistenza sanitaria, pianificazione familiare e prevenzione delle malattie da attuare.

Manca qualche miliardo di dollari? Non credo proprio, ma se così fosse perchè non chiederli a tutti gli altri paesi del Mondo: 1235 MILIARDI DI DOLLARI ALL'ANNO (1) dovrebbero essere più che sufficienti per ricreare il giardino dell'Eden. E magari rendere il cancro, la fame e la povertà brutti ricordi relativi a tempi meno civilizzati.

Non sto sparando numeri a caso. Questo è il bilancio militare di tutte le nazioni del Mondo.

Purtroppo quella di un pianeta senza guerra è un'utopia, inadatta ad una razza di scimmie semi-civilizzate che usano il pollice opponibile per impugnare AK47 ed ammazzarsi a vicenda in nome di dèi dai molti nomi, tra cui quelli di denaro e di potere.
A volte dimentico di vivere in un Mondo imperfetto. Un Mondo in cui le armi sono necessarie per mantenere lo status quo (dicesi anche Pax Americana), in cui la guerra è un business, in cui comandano le lobby, in cui si sopravvive, ignorando come si potrebbe vivere.
E temo proprio che verrò mangiato dai vermi prima di vedere l'Uomo mettere piede su Marte.

Sì, oggi sono di pessimo umore.

(1) Dati relativi all'anno 2006 da: Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Military Expenditure Database, pubblicato su www.sipri.org, giugno 2007; Center for Arms Control and Non Proliferation, "Analysis of the Pentagon's Fiscal Year 2006 Supplement Funding Request" pubblicato su www.armscontrolcenter.org, visionato il 14 settembre 2007.

domenica 8 novembre 2009

L'uomo che fissa le capre

L'uomo che fissa le capre (The man who stare at goats) è una commedia brillante uscita nei cinema il 6 novembre, tratta dal libro Capre di Guerra, scritto dal reporter Jon Ronson.

Il film narra la vicenda di Bob Wilton (Ewan McGregor), un giornalista di mezza tacca abbandonato dalla moglie, che, per dimostrare a se stesso e agli altri di non essere una nullità, decide di partire per l'Iraq durante il conflitto del 2003.

Dopo mesi trascorsi invano a Kuwait City in attesa di un lasciapassare per varcare il confine iracheno, Bob incontra Lyn Cassidy (George Clooney), il più dotato guerriero Jedi dell'Esercito Nuova Terra, uno stravagante reparto speciale dell'esercito degli Stati Uniti dedicato alla guerra psichica e sciolto ormai da anni.
Al seguito di Lyn Cassidy, riattivato per una misteriosa missione in terra ostile, Bob parte per un pericoloso viaggio nel paese agitato dal conflitto. Durante il viaggio, costellato di incidenti rocamboleschi, rapimenti e scontri a fuoco, egli apprende la storia inverosimile dell'Esercito Nuova Terra.

Il reparto, fondato nel 1983 con lo scopo ufficiale di portare avanti le ricerche sulla guerra psichica in competizione con i russi, è guidato da Bill Django (Jeff Bridges), un veterano della guerra del Vietnam colto da un'illuminazione durante un'operazione nella jungla. Resosi conto di quanto la guerra combattuta con le pallottole sia inutile, dopo un periodo di ritiro spirituale tra gli hippie, Bill Django concepisce un nuovo modo di combattere le ostilità e lo trascrive in un manuale, diventato poi la Bibbia del nuovo reparto. Egli raduna intorno a sé un manipolo di soldati eccentrici e disadattati dotati di presunti poteri paranormali e li trasforma in Jedi, monaci guerrieri addestrati a coltivare la propria spiritualità prima dell'uso delle armi, la cui missione è intervenire nelle zone di conflitto per portare la pace. In seguito ad un tragico incidente, l'Esercito Nuova Terra, già osteggiato dagli alti gradi della Difesa, viene riformato e Bill Django svanisce nel nulla. Il suo posto viene assunto da Larry Hooper (Kevin Spacey), un ex guerriero Jedi, mefistofelico cospiratore (dicesi anche grande stronzo) invidioso del successo di Lyn Cassidy che, dopo aver ceduto un'unica volta al lato oscuro (nell'episodio che dà il titolo al film), abbandona l'esercito. Il sogno di Bill Django è finito.

Anche la missione di Lyn Cassidy e Bob Wilton giunge al suo epilogo e, in un'installazione militare nel bel mezzo del deserto, il mistero sul destino del fondatore dell'Esercito Nuova Terra viene svelato e tutti i fili dipanati nel corso del film si ricongiungono in un finale a tratti commovente, in cui le colpe vengono redente e la disillusione seguita all'infrangersi di un sogno viene cancellata da nuova speranza.

Per quanto folle ed inverosimile (ma meno di quanto si possa credere) sia la storia dell'Esercito Nuova Terra, il messaggio lanciato dal film è chiaro: la critica del rigido militarismo instillato ai soldati, la denuncia dell'assurdità dei conflitti, dietro cui spesso si celano gli interessi delle lobby (esemplare in questo caso la scena in cui Bob e Lyn vengono raccolti dal convoglio americano), della disumanità della tortura (il lato oscuro all'opera - critica esplicita al trattamento riservato ai terroristi durante il governo di George W. Bush), dell'impossibilità di cambiare lo status quo di un sistema in cui la guerra è una necessità, in cui si spendono miliardi di dollari ogni anno per le spese della difesa e per far guadagnare i mercanti d'armi (l'arma di Lyn Cassidy (rigorosamente non letale) è invece un aggeggio comprato per pochi dollari su Internet).

Il film mi è piaciuto. E' a tratti divertente (non fa sganasciare dalle risate, ma riesce a far sorridere), soprattutto quando mostra gli assurdi episodi che coinvolgono i guerrieri Jedi di Bill Django e fa il verso a Star Wars, ma è capace anche di affrontare temi più profondi e di commuovere. La fede in qualcosa di buono e giusto, per quanto sia inverosimile, e il bisogno, oggi più che mai, di guerrieri Jedi, riesce a lasciare il segno. Il film è, a mio parere, una commedia ben riuscita e che merita di essere vista.

Nel film sono spassose e di alto livello le interpretazioni di George Clooney (bruttissimo con i baffetti, ma divertente in versione capellone figlio dei fiori e che ci delizia spesso con il suo sguardo magnetico, ma poco paranormale) e di Jeff Bridges (fantastico dall'inizio alla fine). Un po' in secondo piano Ewan McGregor, voce narrante della storia, ma il cui ruolo è più che altro da spettatore. E' curioso vedere l'Obi Wan Kenobi della nuova trilogia di Star Wars domandare ingenuamente: "Cos'è un guerriero Jedi?". Infine Kevin Spacey è il "cattivo" del film, ma relegato ad un ruolo marginale.

Non ho approfondito gli eventi reali che hanno ispirato la trama (in particolare i progetti top secret dell'esercito degli USA tra gli anni '50 e '60 dedicati al controllo della mente e alle ricerche sulle facoltà paranormali), ma in my opinion sono completamente secondari per poterlo apprezzare.

In conclusione: un bel film, ma che non a tutti può piacere! (ieri sera eravamo al cinema in sei, ma è piaciuto solo a me)

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