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mercoledì 27 gennaio 2010

La coscienza dell'Universo

Viviamo avvolti nel mistero. Non occorre spingersi fino ai confini dello spazio e del tempo per scovarlo. E' all'interno del nostro cranio, nella rete di cento miliardi di neuroni che formano il cervello e da cui emerge una proprietà qualitativamente diversa dai composti molecolari e biologici che la costituiscono: la MENTE.

La scienza attuale può mostrarci come una serie di segnali chimici ed elettrici veicoli l'informazione dalla punta delle nostre dita che sfiorano una rosa fino all'area del cervello adibita al riconoscimento di una sensazione tattile, come l'interconnessione sinaptica registri nella memoria, opportunamente modificata, l'immagine di un tramonto sul mare, come un bacio attivi specifiche aree cerebrali la cui attività neuronale, trasmessa sotto forma di radiazione elettromagnetica, può essere osservata da un neuroscienziato sullo schermo del suo computer.

Tuttavia, nonostante i grandi progressi ottenuti negli ultimi decenni, alle sempre più avanzate tecniche di neuroimaging, di analisi del metabolismo cerebrale (spesso sopravvalutate) e di cognitive computing (lontane anni luce dalla simulazione del cervello umano), lo studio del cervello e della mente è ancora in una fase che oserei definire pre-galileiana. La scienza, per quanto sia in grado di fornirci diverse nozioni su COME funzioni il cervello, non osa avventurarsi in territori più vasti ed inesplorati ed affrontare ben più importanti domande: COSA è la mente? Cosa è la coscienza? In che modo emerge da quel substrato di materia che è il cervello?
Spesso tali questioni sono volutamente ignorate, considerate adatte a dispute filosofiche piuttosto che a ricerche scientifiche. Ed i pochi che si cimentano con esse non sono in grado di fornire altro che risposte vaghe ed incespicanti, fondate perlopiù su ragionamenti teorici privi di base sperimentale.
Finché da quella vasta schiera di tecnici, troppo occupati ad ostentare le meraviglie, vere o presunte, dei propri strumenti tecnologici, non emergerà un Newton o un Copernico, le ricerche nel campo delle neuroscienze non potranno subire progressi sostanziali.

I risultati raggiunti fin'ora si possono paragonare ai tasselli di un puzzle: si comincia ad intuire qualche figura, ma non si riesce ancora a scorgere il disegno complessivo. E sebbene molti scienziati siano pronti ad affermare senza il minimo dubbio che tutti i fenomeni legati alla mente e alla coscienza sono o saranno spiegabili attraverso le leggi della fisica, della chimica e della biologia che oggi conosciamo, non vi è nessuna garanzia in tal senso. Ciò non implica l'esistenza di qualcosa di trascendente, ma non lo esclude a priori.

Io non penso che esista qualcosa di simile a un'anima immortale, penso che essa sia solo un'invenzione, l'impronta lasciata da una fede secolare, una comoda menzogna per affrontare la morte senza paura, per non dover accettare il fatto che un giorno, presto o tardi, l'esistenza di ogni essere umano è destinata ad estinguersi, che il suo Universo è destinato a finire.

Ovviamente questa affermazione non si può dimostrare (così come non si può dimostrare il contrario). E se, da un punto di vista razionale, la risposta alla domanda: " Cosa è più probabile? Che esista un'anima immortale di cui nessuno ha mai trovato traccia o che tutto ciò che siamo non è altro che la materia e l'energia prodotta nelle fucine stellari?" mi appare ovvia, nel mio intimo mi aggrappo al dubbio e al mistero per sperare in qualcosa di diverso.

Ci sono risposte, a cui gli uomini anelano da millenni e che forse non verranno mai date, che molti preferirebbero non sentire. Molti non vogliono nemmeno porsi certe domande e preferiscono credere in qualcosa che li renda felici. Anche se magari nel profondo sanno che sono solo un cumulo di menzogne. Anche se magari la loro fede è più vacillante di un castello costruito sulla sabbia. Ci sono risposte che fanno paura.

Se fossimo solo dei meri meccanismi, semplice materia? Se tutti i nostri dèi, le nostre speranze, l'amore stesso, non fossero altro che fenomeni scientifici? Se la nostra libertà fosse solo un'illusione? E la melodia che componiamo ogni giorno vivendo fosse destinata ad interrompersi d'improvviso, con violenza, incompiuta?

Cosa rimarrebbere dell'Uomo? La sua vita potrebbe comunque avere un significato?

Non esistono risposte giuste o sbagliate a tali interrogativi. Ognuno deve trovarle per conto suo e se non lo fa è destinato ad essere infelice.

Con o senz'anima, che le nostre esistenze siano frutto di un progetto arbitrario o di una coincidenza cosmica, che la nostra razza sia destinata a durare nel tempo o a spegnersi nel nulla, io penso che ciò che siamo ora nell'Universo sia qualcosa di unico o, nell'ipotesi che lassù ci sia qualcuno di simile a noi, di straordinario.

Noi siamo a tutti gli effetti la coscienza dell'Universo, la materia che si fa pensiero. Attraverso di noi l'Universo stesso, di cui facciamo parte con ogni singolo atomo del nostro corpo, prende coscienza di sé, si interroga sul suo passato, sul suo futuro, su cio che è. Come razza potremmo plasmare la Galassia e compiere meraviglie, come individui solo nell'illusione del tempo le nostre vite hanno una fine, poichè nel continuum ogni momento è eterno (1).

Sì lo so, questi pensieri cosmici sembrano risposte insoddisfacenti e offrono poco conforto ad esseri la cui sfera individuale rappresenta l'intero Universo ed il cui scopo è dare un valore alla propria esistenza. Gli uomini hanno bisogno di un'etica e di una morale per dirigere le proprie azioni, di una base solida su cui costruire le proprie vite. Ma le credenze tradizionali sono ancora utili a questo scopo?
Guardiamoci intorno: è un giorno qualsiasi del XXI secolo ed io vedo un'umanità che cerca la propria felicità nelle cose, che cerca risposte affidandosi ad indovini e mentecatti, un'umanità disillusa, avvilita, lobotomizzata, che vaga cieca alla ricerca di un significato che non riesce a trovare.
Io ritengo che nella nostra epoca, alla luce delle scoperte della scienza, solo da un punto di vista cosmico si possa dare un senso alla propria vita e che risposte insoddisfacenti, ma consapevoli del mistero che ci avvolge, siano il punto di partenza da cui iniziarne la ricerca.

Il valore di un'esistenza va ricercato ora, non in un'ipotetica vita dopo la morte. E va ricercato qui, nell'Universo stesso, esplorandone i misteri, vagliandone le possibilità.
Le forme di religiosità tradizionali, con la loro fede in dèi antropomorfi, in ricompense o castighi nella vita ultraterrena, in angeli, demoni e miracoli sono vestigia del passato, destinate a sparire come gli antichi oracoli.
Ma la religione non è destinata a sparire. Interrogarsi sul significato della più piccola particella dell'universo o sentirsi stupefatti ed impauriti dal lato misterioso della vita vuol dire avere sentimenti religiosi. Una forma di religiosità cosmica senza dogmi e senza immagini di Dio, la stessa intuita da uomini eccezionali come Francesco d'Assisi, Spinoza, Einstein, e, per sua natura, osteggiata da una Chiesa la cui presa sulla gente si fa sempre più debole e le cui risposte sono sempre più flebili ed inudibili.

All’improvviso si sentì una voce dall’isola di Paxo, come di uno che gridasse il nome di Tamo. Due volte la voce dell'uomo lo chiamò, e lui stava zitto. Alla terza rispose, e allora quello con tono più alto disse: “Quando sarai a Palode, annuncia che il grande Pan è morto”. Plutarco - La fine degli oracoli.

(1) ho già affrontato questo argomento in Le conseguenze esistenziali dei viaggi nel tempo e non voglio dilungarmi ulteriormente in questo post.

martedì 3 novembre 2009

E Dio disse: PLAY

Immaginiamo una civiltà di esseri intelligenti costituiti da puro software ed inseriti in una simulazione virtuale che giri su banali processori di silicio.
Tutto ciò che questi esseri potrebbero annusare, toccare, vedere sarebbe solo software, informazioni in costante trasformazione guidate da regole ben precise: le leggi di natura del mondo virtuale.
Potrebbero questi esseri costituiti da sola informazione scoprire, o anche solo intuire, il mondo "vero", cioè il substrato di silicio ed elettroni su cui la loro realtà fittizia è fondata? Potrebbero accorgersi dell'esistenza di un'altro livello di realtà se il loro mondo fosse privo di difetti? Conoscere il programmatore che li ha creati se egli decidesse di non rivelarsi? E se questi esseri cercassero di scoprire le leggi ultime del loro mondo, di osservare l'infinitamente piccolo o l'infinitamente grande o di risalire indietro nel tempo fino agli albori della simulazione cosa scoprirebbero? Microscopiche stringhe vibranti? Nessun confine osservabile? Barriere nel tempo e nello spazio oltre cui la loro vista non può spingersi? Indeterminazioni essenziali? Censure cosmiche?
Sarebbe un caso il loro interesse, quasi morboso, verso simulazioni e simulacri?

giovedì 17 settembre 2009

Coincidenze cosmiche, vortici di prospettiva totale e marshmallows

Qualche giorno fa ho fatto un sogno meraviglioso, di quelli che vorresti trattenere a tutti i costi prima che si dissolvano e che ti fanno sentire in pace quando ti svegli.
Ero sul terrazzo di casa mia, di notte. Tutte le luci erano spente, vi era un profondo silenzio. Stando seduto sul pavimento osservavo il cielo notturno, ma era un cielo che nessun uomo può mai avere visto: le stelle e le galassie erano milioni, potevo vedere nebulose e strutture che si diramavano nello spazio immerse in luce di mille colori; potevo vedere le stelle muoversi nel cielo, nascere e morire sotto i miei occhi, mentre le spirali delle galassie compivano il loro giro. Era come se in un istante passassero centinaia di milioni di anni e io mi trovassi in una terrazza in mezzo al cosmo. Tutto ciò che mi circondava era scomparso, a parte il firmamento.

E' stato un sogno decisamente mistico e kungfuico, un po' come vedere l'universo con gli occhi di Dio. E mi ha fatto riflettere.

Quanto è speciale il nostro posto nel cosmo? Ho già fatto questa domanda alla fine del post intitolato Quanto piccoli siamo! (diamo un po' di numeri).

Per cercare di rispondere possiamo fare riferimento a due principi: il Principio Copernicano ed il Principio Antropico.

Il Principio Copernicano, che prende il nome da Niccolò Copernico, afferma che la Terra non è in una posizione di particolare privilegio nell'universo. Osservando il cosmo su una scala opportunamente grande, esso appare infatti estremamente isotropo ed omogeneo (quest'ultima affermazione è un enunciato del Principio Cosmologico).

Il Principio Antropico ha invece diverse varianti, ma tutte tese a sottolineare che noi viviamo in un universo che di fatto permette la nostra esistenza come osservatori e che quindi la nostra posizione nello spazio e nel tempo è necessariamente privilegiata.

Abbiamo due principi che portano, almeno all'apparenza, a conclusioni diametralmente opposte. Ho scritto all'apparenza perchè, secondo me, l'incompatibilità è solo una questione di prospettiva.

Se consideriamo l'universo nel suo insieme, le coincidenze che permettono lo sviluppo della vita intelligente sono a dir poco incredibili. La nascita e l'evoluzione del cosmo dipendono da un insieme di costanti cosmologiche con valori precisi, una cui infinitesima variazione all'inizio dello spazio e del tempo sarebbe stata sufficiente perchè l'universo appena nato restasse buio per l'eternità o la materia non si aggregasse mai a formare le galassie, le stelle e i pianeti. Queste coincidenze cosmiche rendono l'universo molto speciale, FORSE.

Ci sono sostanzialmente due ipotesi perchè le coincidenze che hanno portato alla nostra esistenza siano verificate (a cui ne aggiungo una terza pour parler):

- la prima è l'ipotesi della taratura fine (
fine tuning), secondo cui le costanti cosmologiche dell'universo devono essere tali da permettere la nascita della vita intelligente (è una constatazione). Questa ipotesi è molto attraente per i creazionisti, dato che fra un universo a taratura fine e l'esistenza di un Dio creatore il passo è breve. Ma per quanto renda il nostro cosmo estremamente speciale, è anche una tautologia;

-la seconda ipotesi è quella del multiverso, secondo cui al di fuori del nostro spazio-tempo co-esistono altri universi alternativi in cui le costanti cosmologiche possono assumere qualsiasi valore compatibile con le leggi fisiche; solo negli universi adatti a sostenere la vita intelligente essa può interrogarsi sulla propria esistenza; questa ipotesi è in grado di spiegare, senza il bisogno di ricorrere ad un Dio creatore, perchè ci siamo, ma rende il nostro universo uno fra i tanti;

-nella terza ipotesi voglio considerare una futura Teoria del Tutto in cui si scopra che le costanti cosmologiche possano assumere solo certi valori e non altri, cioè in cui l'equazione dell'universo sia unica. In tal caso l'universo sarebbe così non per un atto di volontà e nemmeno per caso, ma perchè così dev'essere. Lascio a voi pensare alle conseguenze.

Questo per quanto riguarda l'universo nel suo insieme. Consideriamo ora le strutture del nostro universo su larga scala, su piccola scala e nel tempo.

Su larga scala (cioè per dimensioni dello spazio maggiori dei superammassi galattici) non esiste una posizione spaziale privilegiata nel cosmo perchè la vita si sviluppi. Questa considerazione è in accordo con il Principio Cosmologico secondo cui l'universo è estremamente isotropo.
Su piccola scala invece le cose cambiano, poichè l'universo è eterogeneo. Il tipo di galassia, la posizione nella galassia, il tipo di stella, la posizione nel sistema stellare e via dicendo sono fattori molto importanti affinchè si sviluppi la vita. Da questo punto di vista la nostra posizione nel cosmo è privilegiata.
Anche nel tempo la nostra posizione è privilegiata. In un universo troppo giovane, caldo e pieno di radiazione, la vita non avrebbe potuto svilupparsi. Tanto per fare un esempio, gli elementi pesanti indispensabili alla vita sulla Terra sono polvere di stelle, generati da supernove di una generazione precedente al nostro Sole. Allo stesso modo, un universo troppo vecchio e freddo, dominato dai buchi neri, in cui tutte le stelle hanno esaurito il proprio combustibile nucleare, difficilmente potrebbe sostenere la vita. Viviamo in una sorta di età dell'oro cosmologica.

Abbiamo dunque visto che, per quanto su larga scala la nostra posizione nel cosmo non sia privilegiata e quindi nell'universo possano esistere altre "terre" in grado di sostenere la vita intelligente, nella nostra porzione di spazio il posto occupato dalla Terra sia molto speciale. (Personalmente credo che le condizioni necessarie perchè una civiltà si sviluppi si verifichino molto raramente e che, nella Via Lattea, le civiltà extraterrestri si possano contare sulla punta delle dita. Data la complessità dell'argomento non voglio approfondirlo ulteriormente in questo post, ma ne parlerò più diffusamente in futuro.)
La stessa cosa è vera nel tempo.

Tutto cambia quando si considera l'universo nel suo insieme: se esso fosse unico, la nostra esistenza sarebbe davvero un evento speciale e lascerebbe spazio all'ipotesi di un atto di volontà al suo principio. Se invece esso fosse parte di uno sterminato multiverso, saremmo solo il frutto di un caso, una probabilità che di tanto in tanto si verifica negli universi adatti.

A seconda della risposta il (non-)senso delle nostre vite potrebbe assumere significati molto diversi. Ma mica vorrete che ve lo spieghi io!

Nel romanzo di Douglas Adams "Ristorante al Termine dell'Universo" è descritta una macchina chiamata "Vortice di Prospettiva Totale", in grado di mostrare l'immensità infinita del cosmo in rapporto a chi la utilizza e, in seguito a questa rivelazione, di annientarne completamente il cervello.

Immaginare quanto sia grande il cosmo è un'impresa assai difficile, impossibile se si considera il multiverso, soprattutto per degli essere viventi insediati sulla superficie di un pianeta. Tutte le volte che ho tentato di figurarmelo ne sono uscito sconfitto e un po' provato: ho come l'impressione che il cervello stenti ad adattarsi ad una tale immensità. Il cosmo è decisamente sproporzionato e, come scrive Adams, se vita dev'esserci in un Universo di tal fatta, l'unica cosa che non può permettersi di avere è il senso delle proporzioni.

Cosa centrano i marshmallows? Niente, ma sono buoni.

MMM... marshmallows...

venerdì 4 settembre 2009

Quanto piccoli siamo! (diamo un po' di numeri)

Che la Terra sia un piccolo pianeta in uno dei miliardi di sistemi stellari in una delle migliaia di miliardi di galassie che popolano l'universo visibile lo sanno tutti!

Poichè il Big Bang è avvenuto circa 13,7 miliardi di anni fa, il raggio dell'universo visibile è di 13,7 miliardi di anni luce. Tutto ciò che sta al di là di questo orizzonte è per noi inconoscibile. Per andare da un'estremità all'altra del cosmo bisogna percorrere 259231400000000000000000 km (700 miliardi di miliardi di volte la distanza Terra-Luna) e, volendo intraprendere il viaggio, non son sicuro che il serbatoio della mia C3 sarebbe abbastanza capiente!

Fin'ora abbiam parlato del cosmo visibile: ma cosa c'è al di là, nelle regioni dello spazio che non possiamo vedere?

Secondo la teoria dell'inflazione cosmica, proposta per la prima volta dal fisico del MIT Alan Guth, nei suoi primi istanti di vita (più precisamente nel primo trilionesimo di trilionesimo di secondo) l'universo, spinto da una misteriosa forza antigravitazionale, ha attraversato una fase di accelerazione esponenziale talmente rapida da allontanare le regioni dello spazio ad una velocità superiore a quella della luce (ciò non viola la teoria della relatività poichè stiamo parlando di espansione sovraluminale dello spazio vuoto) confinandole in tal modo oltre l'orizzonte entro cui possiamo osservarle. L'universo che vediamo intorno a noi non è altro che una piccolissima porzione di spazio ingrandita dall'inflazione a dimensioni cosmiche ed in cui le fluttuazioni quantistiche precedenti all'espansione hanno generato le piccole anisotropie che in seguito hanno dato vita alle strutture che possiamo osservare (gli ammassi di galassie, le galassie, ecc.). La teoria dell'inflazione cosmica spiega molto bene alcuni enigmi: ad esempio perchè l'universo sia così omogeneo (le più recenti misure della radiazione cosmica di fondo mostrano fluttuazioni di una parte su centomila) e perchè lo spazio-tempo sia così "piatto" (l'universo può essere descritto da una geometria con curvatura prossima allo zero - per capire questo concetto potete immaginare il nostro universo come un minuscolo puntolino sulla superficie di un palloncino: l'universo appare piatto perchè le sue dimensioni sono infinitamente più piccole rispetto a quelle del palloncino). Recenti esperimenti (come ad esempio le missioni della sonda WMAP - Wilkinson Microwave Anisotropy Probe) hanno prodotto risultati in accordo con la teoria, rendendola in tal modo un modello falsificabile. Altri progetti dedicati allo studio delle onde gravitazionali (tra cui LISA - Laser Interferometer Space Antenna) potrebbero nei prossimi anni dare ulteriori conferme o smentite.

Se la teoria dell'inflazione cosmica si rivelerà corretta, quanto è esteso il cosmo al di fuori dell'orizzonte cosmologico? Dove sono i confini dell'universo?

Bisogna fare un altro po' di calcoli. In una frazione di secondo l'universo si espanse di un fattore inimmaginabile, pari forse a 10^50 (10 seguito da 50 zeri - valore da verificare). Considerando un raggio dell'universo visibile pari a 13,7 anni luce abbiamo che l'universo reale è 10^50 volte più esteso del cosmo che osserviamo, ha cioè un raggio di 1370000000000000000000000000000000000000000000000000 anni luce pari a 12961570000000000000000000000000000000000000000000 000000000000000000000000 km. Non son sicuro dell'esattezza di questi calcoli (in particolare non son sicuro che sia corretto moltiplicare le dimensioni dell'universo visibile per il fattore di espansione in modo da ottenere le dimensioni dell'universo reale, forse bisognerebbe calcolare quanto era grande l'universo visibile prima della fase inflazionaria e dedurre il risultato dalla curvatura dello spazio e dalla velocità di espansione), ma ciò può per lo meno dare un'idea di quanto l'intero cosmo sia esteso. Per visualizzarlo potete immaginare che l'intero cosmo visibile sia più piccolo di un atomo immerso in un cosmo invisibile che si estende fino all'orizzonte cosmologico.

E' finita qua? Certo che no. Bisogna infatti rispondere ad alcune domande: cosa ha scatenato l'inflazione? Perchè si è fermata? Se si è verificata una volta, può succedere ancora?

Tra le numerose proposte di spiegazione a queste domande c'è una teoria molto affascinante: quella dell'universo a bolle, suggerita dal fisico russo Andrei Linde. Secondo questa teoria gli universi si generano di continuo gli uni dagli altri. Dalla schiuma quantistica di un universo genitore germogliano e poi si staccano universi figli, da cui a loro volta germogliano e si staccano altri universi in un processo continuo senza né capo né coda. In quest'ottica il nostro universo potrebbe essere una piccola bolla in un oceano sconfinato di altre bolle. Ma il cosmo non era già abbastanza grande? Pare di no. Comunque è ora di darci un taglio (anzi una rasoiata di Occam) e di porsi una domanda (fin'ora ho dato solo i numeri): il nostro posto nell'universo ha qualcosa di speciale?

Alla prossima puntata.

giovedì 3 settembre 2009

Piantala di dire a Dio che cosa fare con i suoi dadi!

I temporali stanno spazzando via l'estate e ciò mi fa ricordare che dovrei mettermi a studiare per l'Esame di Stato. Lo farei volentieri, ma cercare di comprendere la meccanica quantistica è molto più divertente (ognuno si diverte a modo suo)! Il problema è che mi servirebbero delle giornate di 36 ore, o meglio ancora di 48! Dopo due mesi (o anche meno) mi verrebbe una crisi psicotica, ma almeno riuscirei a fare tutto quel che voglio. In assenza di una dilatazione temporale sono costretto ad usare tutti gli attimi disponibili (che includono la colazione, la pausa pranzo e le ore piccole della notte) per studiare, col risultato che la crisi psicotica mi verrà entro un mese anziché due, soprattutto se dovrò infilarci pure le ore di studio per l'Esame.

Il mio viaggio nel mondo della meccanica quantistica è solo all'inizio. L'idea di mettermi a studiare la teoria in modo dettagliato da un punto di vista matematico è al di là delle mie possibilità (a meno che decida di prendere una seconda laurea in fisica): per il momento mi accontento di intuire anziché capire a fondo, nella speranza che ciò sia sufficiente ad affrontare i problemi filosofici che ne derivano.

Avendo per ora un'idea vaga e (probabilmente) sbagliata di certe nozioni non mi assumo nessuna responsabilità per le bestialità che potrei scrivere, né per i risultati delle mie speculazioni. Ciò che mi preoccupa è la mia capacità di spiegare ciò che nemmeno io capisco fino in fondo. Beh, potete sempre smettere di leggere, anzi ve lo consiglio! Ma resta il fatto che non posso fare a meno di sentirmi deluso quando mi accorgo che le mie parole e la mia capacità di comunicare immiseriscano le idee che ho in testa. Citando Stephen King: "le cose più importanti sono le più difficili da dire". Ma che c'entra ora? Boh!

Proseguiamo, anzi iniziamo da un "breve" preambolo.

Per tutta la vita Einstein cercò di demolire la teoria che all'inizio del XX secolo aveva contribuito a creare e che nel 1921 gli era valsa il premio Nobel per la fisica. Indovinate qual è? Bravi: proprio la meccanica quantistica. "Dio non gioca a dadi" disse fino alla morte, fermo nella sua fede deterministica. Ma la sua perplessità non fu premiata.
La meccanica quantistica è la teoria fisica con più dimostrazioni sperimentali di tutti i tempi e ci dice che la realtà è molto diversa da quella che appare ai sensi. Il cosmo laplaciano, in cui tutto è determinato come i meccanismi di un orologio e in cui un diavoletto, conoscendo la posizione e la velocità di ogni particella dell'Universo, potrebbe prevedere il futuro, è solo un'illusione. Nel mondo microscopico (ma gli ultimi risultati sperimentali suggeriscono che tali conclusioni si possano estendere anche ad oggetti macroscopici come i virus) una particella può trovarsi in più stati contemporaneamente, secondo una legge di probabilità descritta da una funzione d'onda. Solo quando la osserviamo essa "collassa" in uno stato determinato. Secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg, inoltre, è impossibile conoscere con precisione infinita e allo stesso tempo la posizione e la velocità di una particella. Più conosciamo con precisione la posizione, più la velocità diventa indeterminata e viceversa. Ciò che ci si può chiedere è se questa indeterminazione sia dovuta solo ai nostri strumenti di misura e se un oggetto quantistico possieda a priori delle caratteristiche che non siamo in grado di determinare: la risposta è no. Prima dell'osservazione una particella si trova effettivamente in più stati. Questo risultato implica la fine del determinismo da un punto di vista ontologico.

Ma le conseguenze filosofiche non finiscono qua. Sebbene la meccanica quantistica abbia un ampio riscontro sperimentale, alcune sue proprietà lasciano spazio ad interpretazioni differenti e a dibattiti che proseguono da decenni. Il collasso della funzione d'onda che produce la transizione dal regime quantistico al regime classico ha una realtà oggettiva? Se la risposta è sì da cosa è causato? E' un fenomeno fisico fondamentale o è dovuto ad altri fenomeni? Le risposte e le interpretazioni che scaturiscono da domande di questo tipo sono molteplici. Secondo l'interpretazione ortodossa (di Copenhagen) il procedimento dell'osservazione estrae uno stato a caso tra quelli possibili, rompendo così l'evoluzione quantistica del sistema osservato. Secondo la decoerenza la transizione avviene a causa dell'interazione di un oggetto quantistico con l'ambiente in cui è inserito (per questo motivo nella nostra esperienza quotidiana non osserviamo gatti di Schrodinger sia vivi che morti: la probabilità che essi si trovino in uno stato di sovrapposizione ha una probabilità infinitesimale). Un'altra risposta vuole che il collasso sia dovuto alla coscienza del primo osservatore. Questa interpretazione, portata alle estreme conseguenze, implica l'esistenza di un osservatore cosmico che permette alla Luna di esistere anche quando non c'è nessuno a guardarla. Ci sono interpretazioni secondo cui l'universo è innanzitutto informazione. Un'altra è l'interpretazione a molti mondi, secondo cui ogni transizione crea una linea d'universo distinta. E via discorrendo...

Sì lo so che non c'avete capito quasi un H (mea culpa). La prossima volta cercherò di spiegarmi meglio. Resta il fatto che di fronte a certi argomenti (superato lo shock conseguente all'intuizione iniziale) io vado in brodo di giuggiole!

Arriviamo ora alle mie personali speculazioni, che riguardano l'interpretazione molti mondi. "Troppo assurda per essere vera" a detta di molti e che fa a pugni (almeno in apparenza) col principio chiamato Rasoio di Occam (secondo cui la spiegazione più semplice è sempre quella giusta). Forse è così e forse no. Solo una Teoria del Tutto potrà dirlo.

Nell'attesa di una tale Teoria, l'interpretazione molti mondi mi attira e mi inquieta al tempo stesso.

Mi attira perchè salva il determinismo e permette di conciliare la visione del continuum-spazio-tempo della teoria della relatività con l'indeterminazione di fondo della meccanica quantistica (almeno penso - non esistendo una teoria della gravitazione quantistica che la includa è tuttavia per sua natura incompleta). In una visione classica il continuum-spazio-tempo è qualcosa di determinato: ogni momento (chiamiamolo Adesso) è dotato di un'esistenza a-temporale. Esiste. In eterno. Ho già affrontato questa discussione in Le conseguenze esistenziali dei viaggi nel tempo, ma senza considerare la meccanica quantistica. Se la consideriamo ci accorgiamo che è incompatibile con questa visione. Il cosmo descritto dal continuum-spazio-tempo è privo di qualsiasi indeterminazione, è un cosmo laplaciano, in un Adesso tutto è determinato, ma ciò non è possibile se consideriamo quanto detto prima. L'interpretazione molti mondi è conciliabile con la visione del continuum e anche con l'evidenza sperimentale del nostro universo perchè realizza ogni possibilità in linee d'universo diverse: il cristallo quadridimensionale formato dal continuum-spazio-tempo si trasforma in qualcosa di molto più complesso: un cristallo multidimensionale in cui co-esistono tutti gli Adesso di tutti gli universi. Se consideriamo un osservatore esterno al Multiverso (cioè alla somma di tutti gli universi) l'indeterminazione ontologica è eliminata, mentre si conserva nei singoli universi l'indeterminazione gnoseologica per un osservatore interno ad essi. Non credo di essere stato molto chiaro, ma fa lo stesso! Dimenticavo: questo modo di estendere il continuum a più universi risolve tutti i paradossi legati ai viaggi nel tempo e mi è venuto in mente mentre ero fermo al semaforo.

Vediamo ora perchè mi inquieta. Non è tanto a causa dell'esistenza di un Multiverso in cui tutte le possibilità si realizzano, nè per il numero infinito di miei cloni quantistici che infestano gli universi paralleli (uno che fa l'agente segreto, uno che porta le lenti a contatto al posto degli occhiali, uno che si è appena lanciato col bungee jumping dal Tower Bridge, uno psicopatico che va in giro a sgozzare la gente, uno che vive nel più meraviglioso dei sogni, uno sprofondato nel peggiore degli incubi) perchè in fondo vivono in realtà distinte dalla mia che non potrò mai osservare, ma è il problema della scelta che mi manda in paranoia. Se penso che ogni volta che mi trovo di fronte ad una scelta non compio alcuna decisione, ma semplicemente una fluttuazione quantistica nel mio cervello da vita a delle linee d'universo in cui tutti gli esiti si realizzano e di cui divento cosciente dopo che si sono realizzati, allora mi rendo conto che questa interpretazione è in grado di privare l'esistenza di qualsiasi senso etico e morale (in effetti non possiamo ritenerci responsabili di nessuna decisione, visto che tutte si realizzano). Ma non è finita: implica infatti la totale privazione del libero arbitrio e lega l'esistenza ad un destino cosmico in cui tutte le possibilità compatibili con le leggi della Natura si realizzano! Per la barba di Merlino!

Ho altre idee che mi frullano per la testa, ma per ora mi fermo qui.

Anche con l'introduzione della meccanica quantistica nei miei ragionamenti, il problema di coscienza di cui ho parlato in Un problema di coscienza (per l'appunto!) rimane insoluto. Gli Adesso si sono moltiplicati, ma come la coscienza del presente salti da un Adesso all'altro (anzi, da un Adesso a tutti i molteplici Adesso che ne derivano) rimane sempre un'incognita. Ho però scovato un saggio di Penrose (Ombre della mente) e uno di Libet (Mind Time) che potrebbero aiutarmi a districarmi nella soluzione di questo problema (o al limite a gettare altra benzina sul fuoco!).

Post scriptum: questo è probabilmente il post più incomprensibile che io abbia mai scritto.

Post post scriptum: la frase del titolo la disse Bohr ad Einstein.

Post post post scriptum: il prossimo post riguarderà la teoria dell'Universo inflazionario. Stay tuned!

lunedì 20 luglio 2009

Ritorno alla Luna


Quella notte di quarant'anni fa avrei voluto esserci. Avrei voluto assistere a quel piccolo passo che forse non ha cambiato l'umanità, ma ci ha ricordato che i sogni a volte possono avverarsi. Che noi piccoli, meschini, crudeli e guerrafondai esseri umani siamo capaci di elevarci verso le stelle e che il nostro destino nella vita è di esplorare e di andare oltre.

Sono passati quarant'anni, il mondo è andato avanti o, forse, è rimasto indietro. Viviamo in un'epoca di sogni infranti, di terrore, di odio, di cieco materialismo e progresso tecnologico, senza speranza e aspettative. Dove sono le stelle, in un mondo in cui i bambini muoiono di fame? In cui prevale l'odio etnico e razziale? In cui si uccide in nome di Dio? In cui denaro e potere diventano idoli? In cui l'individuo si trasforma in una vittima sacrificale? Dove sono le stelle quando avveleniamo l'acqua, appestiamo l'aria, bruciamo le foreste? Ogni volta che fingiamo di esseri sordi, ciechi e muti?

Quando l'ultimo astronauta dell'Apollo 17 ha risalito la scaletta del LEM per fare ritorno sulla Terra abbiamo iniziato a dimenticare. Abbiamo lasciato le nostre speranze e il nostro senno sulla Luna. Non c'è stato nessun grande balzo per l'umanità, a parte quello scientifico e tecnologico, ma, per fortuna, non tutti hanno smesso di sognare.

Dopo quarant'anni si parla di un ritorno alla Luna, di colonizzazione umana permanente del nostro satellite, di missioni umane verso il pianeta Marte. E se la corsa allo spazio iniziata nel 1957 con il lancio dello Sputnik aveva scopi più politici che scientifici, motivata com'era dalla lotta per la supremazia tra USA e URSS, il ritorno all'esplorazione in questo nuovo millennio ha la potenzialità di unire le nazioni in una grandiosa impresa che potrebbe culminare in un trionfo dello spirito umano.

I tempi sono difficili, l'impresa rischiosa, ma l'umanità ha bisogno di tornare a sognare, di andare avanti, di guardare il cielo, di sentire di nuovo con un brivido parole capaci di alimentare la speranza:

"Luna 1969. Qui base Tranquillità. Aquila è atterrata."

giovedì 25 giugno 2009

C'è nessuno? di Jostein Gaarder - segnalazione e alcune riflessioni

Ieri sera ho letto C'è nessuno? di Jostein Gaarder.
Gaarder è uno scrittore norvegese famoso soprattutto per il suo capolavoro Il Mondo di Sofia, che è meritatamente uno dei miei libri preferiti.
C'è nessuno? è un romanzo breve che ho trovato su una bancarella qualche giorno fa (la stessa bancarella in cui io e Lady A abbiam trovato Il Libro dell'Amore di Gus e Waldo).
Spacciarlo per romanzo (anche con l'attributo "breve") è un'esagerazione bella e buona: se così fosse io potrei affermare senza dubbio alcuno di essere un romanziere, avendo scritto un'opera più lunga di questa. Ma si sa: senza spillare i soldi ai lettori gli editori non potrebbero sopravvivere (figuriamoci gli autori, i distributori e i librai), così ho pagato 11 euro per trovarmi tra le mani un racconto lungo!

Pazienza!

C'è nessuno? parla del'incontro tra un bambino terrestre (per la precisione norvegese) di nome Joakim ed un alieno di nome Mika, precipitato sulla Terra per sbaglio e finito su un albero di mele a testa in giù. La trama, striminzita e scontata, è in verità solo una scusa per parlare di filosofia e così, in un lungo scambio di domande e risposte sulle rispettive origini, Joakim e Mika finiscono per parlare dell'origine della vita nel cosmo, dell'evoluzione degli esseri viventi, della nascita, di Dio, dell'Universo e di tutto quanto... I temi sono affrontati in modo superficiale ed indirizzati a dei lettori molto giovani, non c'è nessuno spunto che ho trovato particolarmente interessante e la ricchezza che caratterizza Il Mondo di Sofia è solo un lontano ricordo; inoltre a volte non condivido il punto di vista di Gaarder, come quando egli individua una finalità e uno scopo nell'evoluzione del cosmo e della vita (tempo fa avevo promesso un post a riguardo e prima o poi lo scriverò): nonostante ciò lungi da me l'idea di gettare questo libro tra le ortiche!

C'è nessuno? ha un grande merito ed è quello di invitare le persone, ed in special modo i bambini ai quali è rivolto, a farsi domande, a non dare niente per scontato, a dedicarsi alla ricerca della Verità senza accettare dogmi o farsi ingannare da pregiudizi. Per questo lo farò leggere a mio figlio (quando la cicogna me ne porterà uno, ovviamente).

(...) "Una risposta non merita mai un inchino: per quanto intelligente e giusta ci possa sembrare, non dobbiamo mai inchinarci ad una risposta". (...) "Una risposta è il tratto di strada che ti sei lasciato alle spalle. Solo una domanda può puntare oltre". (...)
Per me è follia, ma molte persone sprecano la propria vita aggirandosi per il mondo come bestie senza mai fermarsi un attimo a guardare le stelle e a domandarsi: cosa c'è lassù? Da dove vengo? Perchè esisto?
Perchè lo fanno, mi domando. Per paura? Per pigrizia? O forse la causa si può attribuire ai valori distorti della nostra società? Io posso dirmi fortunato: i miei genitori, pur avendomi educato in un ambiente cristiano-cattolico, non mi hanno mai impedito di fare le mie scelte o cercare una mia strada e mi hanno insegnato che non sono le cose materiali quelle che contano nella vita. Il resto ho cercato di farlo da me e, anche se alle volte è difficile, nella mia esistenza cerco di non smettere mai di fare domande e sono sempre alla ricerca di qualcosa che non trovo. Sono un pazzo che vaga con una candela alla ricerca del luogo dove finiscono le stelle cadenti, ma la cosa non mi dispiace affatto. Citando Lessing:

"Non la verità, nel cui possesso un uomo è o crede di essere, costituisce il valore dell'uomo, bensì lo sforzo sincero che egli ha fatto per seguire la verità. Giacché non col possesso, bensì con la ricerca della verità si ampliano le sue forze, nel che soltanto consiste la sua crescente perfezione." (...)

Un'altra caratteristica che rende C'è nessuno? degno di lode è l'invito a riscoprire la meraviglia nelle cose comuni. Per i bambini tutto è meraviglioso, perchè ancora non conoscono niente. Ma, quando si cresce, tutto diventa banale e noioso. Niente di più sbagliato! Purtroppo a volte è difficile ricordarsi come si prova meraviglia: accendendo la televisione, ad esempio, provo qualcosa di molto simile alla nausea.

(...) "Nulla al mondo è normale. Tutto ciò che esiste è un frammento del grande enigma. Anche tu lo sei: noi siamo l'enigma che nessuno risolve". (...)
Ora, visto che fa un gran caldo e non ho intenzione di consumare energia accendendo il climatizzatore, andrò fuori a scrutare il cielo e a fare amicizia con le meravigliose zanzare!

5 minuti dopo: come non detto, è nuvoloso, tuona e pioviggina pure un po', ma anche un temporale può essere meraviglioso: forse è meglio che spenga il pc però!

10 minuti dopo: sto andando avanti a batteria. Ora spengo davvero, però voglio scrivere che amo stare in mansarda con la pioggia che ticchetta sulle tegole!

lunedì 15 giugno 2009

Un problema di coscienza

Questo post chiude (almeno per il momento) il lungo discorso iniziato in 42 o la storia di come sono diventato un miscredente e proseguito ne I limiti della nostra percezione e Le conseguenze esistenziali dei viaggi nel tempo. Questa è la serata meno adatta per mettermi a discorrere di certi argomenti: il clima tropicale di oggi mi ha risucchiato le energie, il caldo afoso mi incricca gli ingranaggi cerebrali (soprattutto quelli dedicati alla scrittura) e una vocina nella mia mente continua a sussurrarmi: mare mare mare. Nonostante le condizioni avverse, cercherò di scrivere qualcosa di decente.

Ci eravamo lasciati dando una descrizione ed analizzando le conseguenze di quello che gli scienziati ed i filosofi chiamano continuum-spazio-tempo: un lungo fiume ghiacciato in cui il tempo non scorre, è; in cui presente, passato e futuro perdono significato ed in cui l'esistenza segue il percorso tracciato da una linea d'universo pre-determinata. Un Universo dominato dal Destino.

Questo modo di vedere, per quanto cupo e deprimente possa sembrare, potrebbe non essere così distante dalla vera natura del cosmo. Esso è il risultato di un'elaborazione mentale che ho seguito qualche anno fa e che, tutt'oggi, non ha subito molte modifiche, ma solo qualche obiezione. La visione del cosmo ghiacciato (presa con le pinze dell'aleatorietà) potrebbe essere la causa del mio vedere tutto o bianco o nero, tuttavia addentrarmi nel dedalo dei miei personali problemi esistenziali non è quel che voglio fare stasera. Il mio obiettivo è infatti insinuare il dubbio in quel che ho scritto l'altra volta.

Premetto che sto per addentrarmi in sentieri oscuri, almeno per me, e che i miei pensieri a riguardo sono una matassa aggrovigliata: presto tornerò ad indagare per sbrogliarla, ma nel frattempo accontentatevi di quel che ho da dire.

La visione del cosmo ghiacciato o, come preferisco chiamarlo io, del serpente Uroboro mi sembrava comoda e sensata, fino a quando non mi sono scontrato col problema della coscienza.
Un oggetto inanimato o un essere vivente privo di coscienza (un'ameba) ben si adattano a questa cornice cosmica. Ma lo stesso non si può dire di un essere cosciente, come noi figli di Adamo.
Prima di spiegare il perchè, parliamo un attimo della coscienza.

La coscienza è tutt'ora un mistero inspiegabile per la scienza. I meccanismi neurologici tramite cui essa si manifesta sono oscuri, le spiegazioni a riguardo insoddisfacenti. In modo molto generale e semplificato potremmo ipotizzare che essa non sia altro che la manifestazione di un'accresciuta complessità della rete sinaptica del nostro cervello, un fenomeno fisico-chimico emergente e perfettamente spiegabile usando le leggi della natura. La stessa percezione del tempo, il motivo per cui ricordiamo il passato, ma non il futuro, è spiegabile se ipotizziamo che il nostro Io sia determinato in ogni istante dallo stato fisico-chimico del nostro organismo e (più specificatamente) del nostro cervello. Il modo in cui si accumula l'informazione nei sistemi fisici, coerente con la freccia del tempo termodinamica, spiegherebbe in particolare l'origine della memoria e i principi della fisica e della chimica tutto il resto (avevo trovato una spiegazione molto interessante sul problema della coscienza leggendo Il Mondo di Sofia, più precisamente in un passaggio riguardante il filosofo David Hume; tuttavia, avendo perso il libro e non avendo voglia di mettermi a sfogliare i tomi di filosofia del Liceo, lo inserirò dopo aver fatto una visita in biblioteca o in libreria).

Questo quadro meccanicistico, per quanto presenti molte lacune e misteri, potrebbe essere sensato, ma (e qui si intromettono i miei ragionamenti poco ortodossi) solo in un'Universo in cui il tempo scorre. Perchè? Cercherò di spiegarlo il più chiaramente possibile, per quanto la consideri un'impresa ardua.
Prendiamo una successione qualsiasi di istanti nel tempo: ad esempio lo scoccare della mezzanotte di Capodanno degli ultimi cinque anni. Guardando il continuum-spazio-tempo dall'esterno, in ognuno di questi istanti c'è un nostro Io cosciente (magari un po' brillo) che è convinto di essere nel momento presente. Se consideriamo un istante temporale alla volta la cosa ha senso, ma non se consideriamo la nostra esistenza nella sua interezza. Il nostro essere coscienti non si cristallizza infatti in un singolo istante di tempo, ma segue una progressione che avanza nel tempo. Siamo coscienti di un istante, poi di un altro, poi di un altro ancora e via così: dalla prima manifestazione di coscienza fino alla morte. Come avviene questo "passaggio di coscienza"? In un Universo eracliteo in cui tutto scorre la spiegazione è semplice: col passare del tempo il nostro stato fisico-chimico evolve e con esso quella proprietà emergente che chiamiamo coscienza, ma in un cosmo parmenideo (ah, dimenticavo: qualche giorno fa mi sono ricordato che il primo a parlare di un Essere immutabile, ingenerato, finito - nel senso di completo -, immortale, unico, omogeneo, immobile ed eterno fu Parmenide di Elea), anche ipotizzando che in ogni singolo istante la nostra coscienza emerga per ragioni meccanicistiche, come si spiega il nostro percorso lungo la linea d'universo? Badate bene (lo ripeto per l'ennesima volta): il problema non è la coscienza di sé in più istanti, ma l'attraversare ognuno di questi istanti nel corso della nostra vita.

Forse c'è qualcosa che mi sfugge, forse devo solo scostare un ulteriore velo per smascherare quest'illusione, ma nel frattempo il dubbio mi rimane ed il problema della coscienza si scontra con l'essenza del serpente Uroboro che ho descritto l'ultima volta. Per come la vedo in questo istante, le due cose sono incompatibili e si escludono a vicenda. Per metterle insieme potrei addirittura giungere a parlare di anima, ma prima dovreste farmi bere (per dirla tutta, l'altra mattina stavo immaginando questa essenza fuori dallo spazio e dal tempo che si impossessa degli organismi fisici come un demone de L'Esorcista, ma mi sono interrotto quando ho centrato un marciapiede con la macchina).

Un altro problema che mi sono posto, per me assolutamente secondario rispetto a quello della coscienza (ma di certo non meno importante) e che forse potrei risolvere rimettendomi ad indagare, riguarda la pre-determinazione del cosmo ghiacciato. In questo cosmo che fine fanno i principi della meccanica quantistica? Il principio di indeterminazione di Heisenberg, che ha mostrato l'infondatezza del meccanicismo deterministico laplaciano, vale solo per gli osservatori? Osservando il continuum-spazio-temporale dall'esterno ci accorgeremmo che Dio non gioca a dati, come diceva Einstein? Un cosmo pre-determinato non è per sua natura privo di elementi aleatori? Scopro ora che il problema c'è sul serio: il realismo locale, cioè l'assunto che tutti gli oggetti fisici debbano possedere un valore pre-esistente per ogni possibile misurazione prima che questa sia effettuata, è rifiutato dalla meccanica quantistica.

La strada che conduce verso la verità è ancora lunga...

Chiudo qui. I vaneggiamenti filosofici torneranno prossimamente, ma prima mi serve qualche giorno di pausa e un po' di pioggia! Nei prossimi giorni mi dedicherò ad argomenti più soft.

Post scriptum. Per finire il post mi sono trasferito nella mia nuova Torre di Cristallo che, pur non essendo finita, gode di un'ottimo clima frizzante grazie al climatizzatore. Brrr fa quasi freddo!

lunedì 8 giugno 2009

Le conseguenze esistenziali dei viaggi nel tempo

Questo post è il seguito de I limiti della nostra percezione del 5 giugno.

Ieri sera continuavo a fissare La strada che porta alla realtà di Penrose. "Leggimi, leggimi" mi diceva il librone ed io stavo per allungare la mano ed afferrarlo. Poi però m'è cascato l'occhio sulla Trilogia della Fondazione di Asimov e mi son messo a leggere quella: una lettura decisamente più rilassante.

Il mio problema è che, in mancanza di uno studio serio di certi argomenti, l'unica cosa che posso fare è congetturare, basandomi su un background che probabilmente è infarcito di errori. Pazienza: man mano che le mie conoscenze in materia si amplieranno correggerò i miei errori. Il ragionamento che segue è affetto da queste magagne, che ho pensato di sottolineare per bene prima di procedere.

Ricordando il presupposto secondo cui la nostra visione della realtà è per forza di cose limitata (vedere post precedente), andiamo a cominciare.

Lo spazio-tempo. Per come la intendo io, e lo ripeto un'altra volta che potrei avere una visione distorta della realtà, tutte le dimensioni, compresa quella spaziale, hanno un'esistenza sostanziale. Cosa vuol dire? Cercherò di spiegarlo.
In modo intuitivo il tempo si potrebbe intendere come una manifestazione del divenire (il panta rei eracliteo): in primavera un albero si ricopre di foglie, in estate produce frutti, in autunno le foglie diventano rosse, cadono e l'albero si spoglia. Gli esseri umani nascono, crescono e poi tornano alla terra. Le stelle avvampano dalle nebulose, bruciano ed infine muoiono. In ognuno di questi casi abbiamo una sequenza di stati la cui manifestazione è scandita dall'entità che chiamiamo tempo. Ma in quest'ottica il tempo potrebbe non avere nessuna realtà sostanziale, il concetto di passato potrebbe essere dovuto semplicemente all'esistenza della memoria e all'effetto che una serie di stati precedenti produce su quello che noi chiamiamo presente. Ciò che esiste è lo spazio ed il tempo è solo indice del mutamento.
Io non la vedo in questa maniera. Così come, nello spazio, il fatto di trovarmi a Roma non esclude l'esistenza di New York, allo stesso modo, nello spazio-tempo, trovarmi nell'anno 2009 non esclude l'esistenza dell'anno 1985, 1492 o 12579. Esistenza sostanziale. Non nel divenire. Nello spazio-quadridimensionale Cristoforo Colombo sta facendo vela verso le Indie Occidentali, Gesù Cristo sta venendo crocifisso sul Golgota e una scimmia pelosa si è alzata in piedi nella savana per guardare se sopraggiungono predatori. Questa mia idea, se non faccio errori grossolani, dovrebbe trovare riscontro nella teoria della relatività ed è mia intenzione approfondire almeno questo aspetto fondamentale, poichè è l'ipotesi su cui si basa il resto del discorso.

Parliamo ora dei viaggi nel tempo. Se fosse possibile, come in Ritorno al Futuro, spostarsi avanti ed indietro nel tempo su una DeLorean, la mia ipotesi sarebbe immediatamente dimostrata. Purtroppo sulla possibilità teorica di fare o meno viaggi nel tempo, al di là della loro fattibilità tecnologica, si discute da decenni senza giungere ad una conclusione. Ci sono scienziati che dicono di sì ed altri che dicono di no, oltre ad un buon numero di paradossi e di problemi cosmici legati all'effettiva possibilità di tali viaggi. Tanto per fare un esempio cito la mia versione personale del cosiddetto paradosso del nonno. Il nostro incauto viaggiatore del tempo finisce nel passato ed incontra suo nonno prima che egli conosca sua nonna. Purtroppo il caro nonnetto (che nel passato è un baldo giovanotto che fuma marijuana e viaggia su una Harley) ha una rara malformazione al cuore (oltre ad un pessimo carattere) e, dopo aver fatto a pugni col nipote crononauta pensando che questi lo pigliasse per il culo, muore sul colpo stroncato da un infarto. Il problema è: se il nonno è morto prima di conoscere sua moglie, come si spiega l'esistenza del nipote che ha viaggiato nel tempo? E se il nipote non può esistere com'è possibile che il nonno sia morto facendo a pugni con lui? Se ci fosse risposta a queste domande non sarebbe un paradosso. Due soluzioni possibili al problema sono la congettura di protezione cronologica di Stephen Hawking (o censura cosmica), secondo cui le leggi della fisica impediscono il viaggio del tempo in modo da evitare il paradosso stesso ("è come se ci fosse un'agenzia per il controllo cronologico che impedisce la comparsa di curve temporali chiuse, così da rendere l'Universo un luogo sicuro per gli storici" - Stephen Hawking, 1992), oppure l'interpretazione molti-mondi della meccanica quantistica di Hugh Everett III, secondo la quale tutti i risultati possibili di un esperimento quantistico si realizzano... in mondi diversi. Ad andare avanti con questi discorsi si rischia di sfociare nell'assurdo ed in fondo a me non interessa se sia o meno possibile spostarsi nello spazio-tempo attraversando ponti di Einstein-Rosen o superando le 88 miglia orarie su una DeLorean. A me 'sti maledetti viaggi nel tempo servono solo come esempio! Certo che, direte voi, potevo scegliermi un esempio più realistico e magari verificabile sperimentalmente, ma ho la fissazione per la fantascienza.

Ipotizziamo dunque che sia possibile viaggiare nel tempo. Saliamo sulla nostra Panda del tempo 4x4, attiviamo i tempo-circuiti, controlliamo che il flusso canalizzatore stia flussando, impostiamo la data di destinazione, andiamo in autostrada (sul Sempione c'è troppo traffico), spingiamo sull'acceleratore fino a raggiungere i 142 km/h (siamo in Italia, mica negli USA) e voilà, eccoci nel 1965, giusto in tempo per assistere ad un concerto dei Beatles. Ma come? Ma John Lennon non era morto? Eh no! Nello spazio-tempo John Lennon è vivo e vegeto. Nello spazio-tempo ogni istante temporale esiste. Nello spazio-tempo il momento è eterno.

Le nostre vite, una sequenza di istanti ordinati e lineari che da noi vengono interpretati come un divenire, esistono in eterno, se questa parola può avere senso fuori dalla cronologia. In ogni istante temporale, dalla nostra nascita alla nostra morte, esiste una "copia" di noi stessi, quella che un ipotetico crononauta potrebbe incontrare. Il divenire è solo un'illusione.

Di questa illusione parlerò nel prossimo post e anticipo che minerò dalle fondamenta le mie stesse affermazioni. In questo post voglio parlare delle conseguenze etiche e filosofiche di questa "persistenza della cronologia".

Innanzitutto il concetto di morte e di non-esistenza perderebbe significato. La morte non ha senso fuori dal tempo. Nello spazio-tempo le nostre vite sarebbero immortali, un eterno dispiegarsi dal concepimento alla disgregazione della carne. Citando Epicuro: la morte non è nulla per noi, perchè quando ci siamo noi non c'è lei, e quando c'è lei non ci siamo più noi.

In secondo luogo il libero arbitrio sparirebbe. Se infatti ipotizziamo che ogni istante abbia un'esistenza sostanziale, tutto diventa pre-determinato. Tolta l'illusione del divenire, guardando l'Universo fuori dal tempo esso appare come un cristallo immutabile: esso non diviene, è. Questa visione è l'Uroboro, il serpente che si morde la coda, l'eterno ritorno tale e quale lo descrive Nietzsche in Così parlò Zarathustra (acc, mi hanno preceduto!).

La conseguenza fondamentale di questa intuizione è la stessa cui arriva il filosofo tedesco: ogni istante delle nostre vite dovrebbe essere reso tale da volerlo rivivere in eterno. Il problema è che, non avendo libertà di scelta, le nostre scelte sono già fatte, ma non ce ne accorgiamo perchè la nostra mente è in grado di ricordare il passato, ma non di vedere il futuro... A dir la verità, ora che ci penso bene, quello di Nietzsche è solo un atteggiamento possibile: la predestinazione può essere affrontata in molti modi. Da più di duemila anni oracoli, teologi, filosofi e drammaturghi se ne occupano.

Potrei andare avanti a discorrere per ore di questo argomento, ipotizzando ad esempio che ogni nostra possibile scelta generi un Universo parallelo, ma il succo della questione l'ho presentato, così come le sue conseguenze più lampanti.

Nel prossimo episodio, dal titolo "Un problema di coscienza", criticherò quanto ho detto oggi.

Continua...

venerdì 5 giugno 2009

I limiti della nostra percezione

Questo post prosegue il discorso iniziato in 42 o la storia di come sono diventato un miscredente del 1° giugno.

Inizialmente il suo titolo doveva essere "Le conseguenze esistenziali dei viaggi nel tempo", ma ho dovuto cambiarlo perchè non sono mai giunto a parlare di quell'argomento. Mi sono infatti perso nell'introduzione al discorso, che riguarda i limiti del nostro cervello e della nostra percezione.

Ci sono due motivi per cui ritengo che le nostre possibilità di dare una spiegazione definitiva alla vita, l'universo e tutto quanto siano molto scarse (vedi post precedente).

Innanzitutto il nostro cervello ha ben determinati limiti di elaborazione e di memoria. Pur con una mente estesa, cioè utilizzando elaboratori e fonti di memoria elettroniche, la nostra capacità di apprendimento rimane limitata. Ogni essere umano è in grado di gestire solo una piccola parte della quantità di informazione disponibile e la conoscenza, per questo motivo, è per lo più settoriale (c'è il fisico, il chimico, il biologo, etc.). Le cose potrebbero cambiare modificando l'hardware del nostro cervello o affidando l'elaborazione dell'informazione ad intelligenze artificiali, ma questi argomenti esulano dallo scopo di questo post.

In secondo luogo la nostra mente e la nostra capacità di percezione sono soggette a vincoli dovuti alla nostra natura fisica e l'Universo stesso pone dei confini alla nostra capacità di osservazione. Ci sono vincoli e confini legati allo spazio, al tempo e alla causalità. Vediamo ora, punto per punto, ciò che intendo.

Lo spazio. Noi percepiamo uno spazio finito e tridimensionale, le difficoltà si incontrano quando si affronta uno spazio infinito e/o deformabile (come nella teoria della relatività generale) e/o multidimensionale (come nella teoria delle stringhe). Immaginare uno spazio infinito o tridimensionale curvo è abbastanza semplice, immaginare dimensioni accartocciate su sé stesse un po' meno.
Poi ci sono anche due problemi di osservazione.
Nell'infinitamente grande la nostra vista può spingersi nello spazio (e indietro nel tempo, vedere più avanti) solo fino a dove la luce arriva nel suo cammino. Possiamo vedere oggetti cosmici a circa 14 miliardi di anni luce di distanza (il limite dell'Universo visibile), ma qualsiasi cosa ci sia al di là per noi non esiste. Inoltre la scoperta che l'espansione cosmica sta accelerando fa presupporre che la nostra visuale del cosmo si accorci col passare del tempo. Quando la velocità di allontanamento relativa fra le galassie supererà quella della luce esse verranno obliate formando una sorta di orizzonte degli eventi al contrario in cui la materia intrappolata all'interno non potrà più vedere ciò che accade all'esterno. Se l'espansione continuerà in questo modo, i nostri lontanissimi discendenti (se esisteranno) vedranno solo un immenso vuoto intorno a sé e le tracce del Big Bang (vedere più avanti) spariranno (il processo inflazionario, cioè la fase di accelerazione seguita al Big Bang, ha già cancellato tutte le informazioni dirette su questo evento cosmico).
Nell'infinitamente piccolo i problemi sono altri. Il filosofo Democrito pensava che la materia fosse composta da atomi, altri filosofi (di cui adesso non ricordo il nome) pensavano invece che essa fosse infinitamente divisibile. La scienza moderna ci ha mostrato prima che essa è composta da atomi, poi che gli atomi sono composti da protoni, neutroni ed elettroni, poi che protoni, neutroni ed elettroni sono composti da quark. I quark sono le particelle di base? Non si sa ed io penso proprio di no. Il problema è che la nostra capacità di osservare i costituenti della materia ha già superato i limiti: è possibile osservare solo gli effetti che ipotetiche particelle producono interagendo con altre particelle. E più si va avanti più le energie richieste per studiare queste interazioni sono elevate. Per questo motivo è stato costruito l'LHC. Il problema è che per studiare le energie delle particelle presenti durante il Big Bang servirebbe un acceleratore grande come il Sistema Solare... Non parlo delle stringhe perchè mi sembra di aver già reso l'idea dei problemi dovuti allo spazio.

Il tempo. Il tempo è sempre stato e sempre sarà uno dei più grandi problemi filosofici e scientifici dell'umanità. Noi percepiamo lo scorrere del tempo, ma esso esiste davvero? E poi: il tempo è sempre esistito o ha avuto un inizio? E' continuo o discreto? A livello microscopico sembra che il tempo possa scorrere indifferentemente in una direzione o nell'altra. In termodinamica invece la freccia del tempo dà una direzione all'evoluzione dei sistemi chiusi macroscopici, tra cui è compreso il nostro Universo: il tempo scorre nella direzione in cui aumenta l'entropia e l'irreversibilità (se lascio cadere un bicchiere per terra si rompe, ma i frammenti non ricostituiscono da soli il bicchiere) ne è un esempio pratico. Fino a poco più di un secolo fa si pensava che il tempo fosse un'entità fisica indipendente, poi la teoria della relatività di Einstein e dimostrazioni sperimentali hanno mostrato l'interconnessione tra il tempo e lo spazio in un continuum chiamato spazio-tempo: il tempo può scorrere a velocità diverse a seconda di dove si trovi l'osservatore e sull'orizzonte degli eventi di un buco nero il tempo smette addirittura di scorrere. Intuitivo, no? Per quanto riguarda l'origine del tempo ne parlerò nel punto seguente e del tempo parlerò diffusamente nel post sui viaggi nel medesimo.

Il principio di causa-effetto. Un altro grande dilemma dell'umanità. I rapporti di causalità sembrano regolare il mondo fisico: se tiro un pugno contro il muro (causa) mi fratturo la mano (effetto), la frattura (causa) produce dei segnali elettrici che arrivano al mio cervello (effetto), questi segnali elettrici (causa) mi avvertono che mi sono fatto molto male (effetto) e via discorrendo. I problemi arrivano quando ci si pone davanti a questioni come l'origine dell'Universo (o meglio del tempo e dello spazio). Usando il principio di causa-effetto si può procedere a ritroso solo fino ad un certo punto, oltre il quale si possono fare due ipotesi: o l'Universo è sempre esistito o ha avuto un inizio. Secondo molti filosofi dell'antichità era vera la seconda ipotesi ed essi individuavano in Dio la causa prima del divenire (il motore immobile di Aristotele (causa senza causa) ad esempio). Alcuni indizi (il moto delle galassie, lo spostamento verso il rosso, la radiazione di fondo, etc.) e le implicazioni stesse della teoria della relatività hanno portato all'elaborazione del concetto fisico di Big Bang, secondo cui il nostro Universo ha avuto un inizio. Altri indizi (il secondo principio della termodinamica, la velocità di espansione cosmica, la costante cosmologica, etc.) suggeriscono inoltre che l'Universo si stia dirigendo verso uno stato di equilibrio chiamato morte termica. Secondo altre teorie non c'è stato un Big Bang, ma un Big Bounce, cioè un grande rimbalzo e l'Universo continua a gonfiarsi e sgonfiarsi come un palloncino. In ogni caso c'è un punto nello spazio-tempo oltre il quale la nostra capacità di osservare e di predire viene meno. Ciò che c'è stato prima del Big Bang e ciò che avviene nelle singolarità all'interno dei buchi neri non è conoscibile. C'è una sorta di censura che ci impedisce di vedere al di là di questi orizzonti. Noi possiamo solo osservare le conseguenze di questi eventi e di queste entità, ma l'informazione non può attraversare questo confine.
Si possono comunque fare delle ipotesi, ad esempio che l'Universo sia apparso dal nulla in seguito ad una fluttuazione quantistica del vuoto. Dunque Dio o la causa prima si potrebbero identificare con questa fluttuazione quantistica? A mio parere no, perchè ci sono dei principi che regolano questo genere di fluttuazioni. E questi principi da dove vengono? Forse abbiam trovato finalmente un posto per Dio, che potrebbe identificarsi con queste leggi primordiali. Tuttavia la questione è sterile, perchè siamo andati ben al di là della nostra capacità di osservare.
Un'altra questione strettamente connessa al principio di causa-effetto e che ha influenzato la storia del pensiero nei secoli è quella di finalità. Io ritengo che la finalità nell'Universo sia solo una chimera, qualcosa creato dalle nostre menti e connesso al progresso e all'evoluzione. E' facile cadere nella trappola della finalità, per sua natura allettante, ma essa è più legata alla sfera emotiva che alla reale natura delle cose. Comunque di questo argomento parlerò in un altro post.

Tutto questo l'ho scritto per dire che, vuoi per la nostra natura, vuoi per la natura del cosmo, la maggior parte di ciò che ci circonda è inconoscibile ed il pensiero positivista radicale è insensato. Il principio di indeterminazione di Heisenberg ed i due teoremi di incompletezza di Godel rafforzano ulteriormente questo punto di vista. Il primo dice che "non possiamo mai conoscere contemporaneamente e con precisione la posizione e la quantità di moto di una particella subatomica", mentre i secondi affermano che "per ogni sistema formale di regole ed assiomi è possibile arrivare a proposizioni indecidibili, usando gli assiomi dello stesso sistema formale". Dunque gli stessi costrutti della logica e della matematica hanno dei limiti (non mi sbilancio nel tentativo di fornire implicazioni più dettagliate perchè so di sbagliare).

Con questo ho concluso l'introduzione a cui sarebbe dovuto seguire il discorso sui viaggi nel tempo. Spero di non aver detto troppe cazzate (se ho sbagliato correggetemi) ed essendomi dilungato troppo vi saluto e ci vediamo alla prossima puntata.

Continua...

Postilla numero 1. Per espandere la nostra capacità di osservare e di conoscere l'Universo c'è qualcuno che ha pensato di spalancare le porte della percezione facendo uso di droghe allucinogene. Cito ad esempio Aldous Huxley e Jim Morrison. Tuttavia, nonostante quel che dice William Blake ("Quando le porte della percezione si apriranno tutte le cose appariranno come realmente sono: infinite."), il metodo sembra non funzionare allo scopo prefisso, benché la sua natura colorata e psichedelica possa aiutare l'artista in cerca d'ispirazione (dovrei provare a farmi un trip).

Postilla numero 2. Ogni volta che mi metto a pensare a certi argomenti mi rendo conto di quanto la mia strada alla ricerca della Verità (vedi post precedente) proceda a rilento e con innumerevoli soste. Qualche annetto fa mi ero comprato il libro di Roger Penrose "La strada che conduce alla realtà", che è un compendio sullo stato dela fisica moderna, deciso a colmare la mia ignoranza in materia, ma non sono mai riuscito ad iniziarlo. Un po' è colpa mia che sono lazzarone, ma un po' è anche colpa di Penrose che scrive dei mattonazzi assurdi. Ma si sa, per ottenere qualcosa bisogna pur sacrificarsi.

lunedì 1 giugno 2009

42 o la storia di come sono diventato un miscredente

Una volta avevo un taccuino. NO: non un tacchino! Un taccuino, con la U!
E che ci facevo con questo taccuino? Beh, ci scrivevo le mie cose e i miei pensieri... tutti quelli che mi venivano in mente!
Nel taccuino scrivevo le idee per il mio romanzo, nel taccuino tiravo giù a mazzate l'edificio delle mie vecchie credenze, nel taccuino insultavo George W. Bush.
Del primo argomento ho già parlato in precedenza, il terzo ormai è fuorimoda. Come avrete capito stasera voglio parlare del secondo.

Cosa vuol dire che ho tirato giù a mazzate l'edificio delle mie vecchie credenze? Beh, molto semplice, significa che sono diventato agnostico, ma dirlo in modo figurato lo trovo più divertente!
Agnostico: colui che sa di non sapere, un po' come Socrate (anche se questo paragone non rientra nella definizione corretta di agnosticismo). Ben diverso dall'ateo. L'ateo è colui che nega l'esistenza di Dio, colui che ripudia la religione e così facendo professa a sua volta un credo.

Perchè son diventato agnostico? Beh, innanzitutto voglio precisare che non è che lo sono diventato all'improvviso. Un giorno mi sveglio e dico: basta, oggi divento agnostico... e domani ostrogoto. No! L'edificio delle mie credenze era già pericolante da un bel pezzo. E' vero: un tempo facevo il chierichetto e andavo pure a Messa tutte le domeniche, ma a posteriori mi accorgo che erano solo abitudini dure a morire. La mia fede era già sparita da tempo. Dovevo solo rendermeno conto e accettarlo.

Perchè è successo? E' stato un processo graduale, come il risveglio. Poco alla volta mi sono accorto che tutte le spiegazioni che le religioni sono in grado di offrire, sul significato della vita, sull'origine dell'Universo, su Dio, sull'uomo e tutto il resto, non mi bastavano più. Mi sono accorto che erano solo parole, spiegazioni con lo stesso contenuto di verità delle storielle della buonanotte. Reali quanto Babbo Natale e la Befana. Da questo punto di vista io sono un po' come San Tommaso: non ci credo se non ci metto il naso. Purtroppo nella mia vita non ho mai assistito ad un miracolo, non ho mai visto un angelo, non sono mai rimasto abbagliato da un roveto ardente. Con questo non voglio dire che certe cose non esistano, ma, non essendo dimostrabili, per me non contano.
Miscredente!!! Sì, lo sono.
Se mi chiedeste se ritengo che più del 90% della popolazione umana sia vittima di un'allucinazione di massa, la mia risposta sarebbe sì; ma non lo dico con disprezzo e nemmeno me ne compiaccio.
Io ritengo che le religioni siano qualcosa di utile, comodo e semplice per dare un significato all'esistenza, per vincere la paura della morte, per spiegare misteri come l'origine del cosmo e della vita a cui altrimenti non si riuscirebbe a venire a capo. Ma ritengo anche che siano delle illusioni. E a me non bastano.
Essere agnostico per me non vuol dire sbattersene. Tutto l'opposto. Essere agnostico per me è un punto di partenza, una tabula rasa da cui tutto comincia! Io voglio cercare la verità, voglio cercare il senso di tutto quanto (anche se a volte mi dimentico di questa specie di dichiarazione d'intenti). Dico cercare e non trovare perchè so che è una strada che ha un inizio, ma di cui non si intravede la fine. A volte rimpiango la spensieratezza di quando ero bambino e, come direbbe Dylan Dog, in Dio non ci credo, ma ci spero. Mi piacerebbe che il cielo si aprisse e che un uomo vestito di bianco bussasse alla mia porta e mi dicesse: non hai capito niente! Le cose stanno così, così e così. Purtroppo temo che ciò non accadrà. E che il mio destino sarà cercare fino alla fine dei miei giorni.

L'unica strada che per ora conosco e che ho intrapreso, nella mia ricerca della verità, è quella della ragione: iniziata dai filosofi della natura più di duemila anni fa, trasformata da Galileo con l'invenzione del metodo scientifico e portata avanti dalle più brillanti menti di tutti i tempi, essa, a mio parere, è il nostro unico modo di avvicinarci all'infinito. O l'unico modo sensato.
Razionalista!!! Più o meno.
Secondo me l'umano desiderio di comprendere e di conoscere è quanto di più nobile caratterizzi la nostra specie. La filosofia e la scienza hanno saputo spiegare molte cose, anche se molte altre per ora rimangono misteri. Per quanto la nostra vista possa spingersi verso l'infinitamente piccolo e l'infinitamente grande essa infatti rimane limitata. Ma meglio una conoscenza limitata, piuttosto che una fede cieca.
E' così perchè così sta scritto. Ma insomma, queste cose si dicono ai bambini! Tra l'altro... Di cose ce ne sono scritte davvero tante! Chi dovrei ascoltare? Il cristiano o l'indù? L'islamico o il buddhista? Il figlio di Odino o il sacerdote di Zeus? No, no, non fa proprio per me.

La strada che conduce alla verità è costellata di dubbi e di incertezze, è un sentierino di montagna che si percorre solo alla luce della Luna e delle stelle. E' una strada rischiosa, dove basta un passo falso per cadere in un abisso. Sono parole mie dei tempi del taccuino.
A volte mi domando se non siamo presuntuosi nella nostra convinzione di poter un giorno scostare il velo di Maya che nasconde la realtà. Mi chiedo se il sacrificio di Prometeo, che ha rubato il fuoco agli dei, o di Adamo, che ha colto il frutto dall'albero della conoscenza, non siano stati una follia! Io non sono nemmeno uno di quegli ottimisti che ritiene che un giorno la scienza saprà spiegare Tutto. Ma regolarmente mi rispondo che se solo riusciremo a scorgere il mignolino di Dio ne sarà valsa la pena!

Continua...

Post scriptum.
Gesù mi sta simpatico: quando scaccia i mercanti dal Tempio, difende le prostitute o stravolge la vecchia Legge riassumendola in due comandamenti d'amore è proprio un figo! E' la Chiesa, quella nata dai concili, che proprio non sopporto. Se Gesù vuole dunque prendere due piccioni con una fava, cioè correggere la mia miscredenza e fare due chiacchiere sulla sua Chiesa, io un thè con lui lo prendo volentieri.

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