mercoledì 27 gennaio 2010

La coscienza dell'Universo

Viviamo avvolti nel mistero. Non occorre spingersi fino ai confini dello spazio e del tempo per scovarlo. E' all'interno del nostro cranio, nella rete di cento miliardi di neuroni che formano il cervello e da cui emerge una proprietà qualitativamente diversa dai composti molecolari e biologici che la costituiscono: la MENTE.

La scienza attuale può mostrarci come una serie di segnali chimici ed elettrici veicoli l'informazione dalla punta delle nostre dita che sfiorano una rosa fino all'area del cervello adibita al riconoscimento di una sensazione tattile, come l'interconnessione sinaptica registri nella memoria, opportunamente modificata, l'immagine di un tramonto sul mare, come un bacio attivi specifiche aree cerebrali la cui attività neuronale, trasmessa sotto forma di radiazione elettromagnetica, può essere osservata da un neuroscienziato sullo schermo del suo computer.

Tuttavia, nonostante i grandi progressi ottenuti negli ultimi decenni, alle sempre più avanzate tecniche di neuroimaging, di analisi del metabolismo cerebrale (spesso sopravvalutate) e di cognitive computing (lontane anni luce dalla simulazione del cervello umano), lo studio del cervello e della mente è ancora in una fase che oserei definire pre-galileiana. La scienza, per quanto sia in grado di fornirci diverse nozioni su COME funzioni il cervello, non osa avventurarsi in territori più vasti ed inesplorati ed affrontare ben più importanti domande: COSA è la mente? Cosa è la coscienza? In che modo emerge da quel substrato di materia che è il cervello?
Spesso tali questioni sono volutamente ignorate, considerate adatte a dispute filosofiche piuttosto che a ricerche scientifiche. Ed i pochi che si cimentano con esse non sono in grado di fornire altro che risposte vaghe ed incespicanti, fondate perlopiù su ragionamenti teorici privi di base sperimentale.
Finché da quella vasta schiera di tecnici, troppo occupati ad ostentare le meraviglie, vere o presunte, dei propri strumenti tecnologici, non emergerà un Newton o un Copernico, le ricerche nel campo delle neuroscienze non potranno subire progressi sostanziali.

I risultati raggiunti fin'ora si possono paragonare ai tasselli di un puzzle: si comincia ad intuire qualche figura, ma non si riesce ancora a scorgere il disegno complessivo. E sebbene molti scienziati siano pronti ad affermare senza il minimo dubbio che tutti i fenomeni legati alla mente e alla coscienza sono o saranno spiegabili attraverso le leggi della fisica, della chimica e della biologia che oggi conosciamo, non vi è nessuna garanzia in tal senso. Ciò non implica l'esistenza di qualcosa di trascendente, ma non lo esclude a priori.

Io non penso che esista qualcosa di simile a un'anima immortale, penso che essa sia solo un'invenzione, l'impronta lasciata da una fede secolare, una comoda menzogna per affrontare la morte senza paura, per non dover accettare il fatto che un giorno, presto o tardi, l'esistenza di ogni essere umano è destinata ad estinguersi, che il suo Universo è destinato a finire.

Ovviamente questa affermazione non si può dimostrare (così come non si può dimostrare il contrario). E se, da un punto di vista razionale, la risposta alla domanda: " Cosa è più probabile? Che esista un'anima immortale di cui nessuno ha mai trovato traccia o che tutto ciò che siamo non è altro che la materia e l'energia prodotta nelle fucine stellari?" mi appare ovvia, nel mio intimo mi aggrappo al dubbio e al mistero per sperare in qualcosa di diverso.

Ci sono risposte, a cui gli uomini anelano da millenni e che forse non verranno mai date, che molti preferirebbero non sentire. Molti non vogliono nemmeno porsi certe domande e preferiscono credere in qualcosa che li renda felici. Anche se magari nel profondo sanno che sono solo un cumulo di menzogne. Anche se magari la loro fede è più vacillante di un castello costruito sulla sabbia. Ci sono risposte che fanno paura.

Se fossimo solo dei meri meccanismi, semplice materia? Se tutti i nostri dèi, le nostre speranze, l'amore stesso, non fossero altro che fenomeni scientifici? Se la nostra libertà fosse solo un'illusione? E la melodia che componiamo ogni giorno vivendo fosse destinata ad interrompersi d'improvviso, con violenza, incompiuta?

Cosa rimarrebbere dell'Uomo? La sua vita potrebbe comunque avere un significato?

Non esistono risposte giuste o sbagliate a tali interrogativi. Ognuno deve trovarle per conto suo e se non lo fa è destinato ad essere infelice.

Con o senz'anima, che le nostre esistenze siano frutto di un progetto arbitrario o di una coincidenza cosmica, che la nostra razza sia destinata a durare nel tempo o a spegnersi nel nulla, io penso che ciò che siamo ora nell'Universo sia qualcosa di unico o, nell'ipotesi che lassù ci sia qualcuno di simile a noi, di straordinario.

Noi siamo a tutti gli effetti la coscienza dell'Universo, la materia che si fa pensiero. Attraverso di noi l'Universo stesso, di cui facciamo parte con ogni singolo atomo del nostro corpo, prende coscienza di sé, si interroga sul suo passato, sul suo futuro, su cio che è. Come razza potremmo plasmare la Galassia e compiere meraviglie, come individui solo nell'illusione del tempo le nostre vite hanno una fine, poichè nel continuum ogni momento è eterno (1).

Sì lo so, questi pensieri cosmici sembrano risposte insoddisfacenti e offrono poco conforto ad esseri la cui sfera individuale rappresenta l'intero Universo ed il cui scopo è dare un valore alla propria esistenza. Gli uomini hanno bisogno di un'etica e di una morale per dirigere le proprie azioni, di una base solida su cui costruire le proprie vite. Ma le credenze tradizionali sono ancora utili a questo scopo?
Guardiamoci intorno: è un giorno qualsiasi del XXI secolo ed io vedo un'umanità che cerca la propria felicità nelle cose, che cerca risposte affidandosi ad indovini e mentecatti, un'umanità disillusa, avvilita, lobotomizzata, che vaga cieca alla ricerca di un significato che non riesce a trovare.
Io ritengo che nella nostra epoca, alla luce delle scoperte della scienza, solo da un punto di vista cosmico si possa dare un senso alla propria vita e che risposte insoddisfacenti, ma consapevoli del mistero che ci avvolge, siano il punto di partenza da cui iniziarne la ricerca.

Il valore di un'esistenza va ricercato ora, non in un'ipotetica vita dopo la morte. E va ricercato qui, nell'Universo stesso, esplorandone i misteri, vagliandone le possibilità.
Le forme di religiosità tradizionali, con la loro fede in dèi antropomorfi, in ricompense o castighi nella vita ultraterrena, in angeli, demoni e miracoli sono vestigia del passato, destinate a sparire come gli antichi oracoli.
Ma la religione non è destinata a sparire. Interrogarsi sul significato della più piccola particella dell'universo o sentirsi stupefatti ed impauriti dal lato misterioso della vita vuol dire avere sentimenti religiosi. Una forma di religiosità cosmica senza dogmi e senza immagini di Dio, la stessa intuita da uomini eccezionali come Francesco d'Assisi, Spinoza, Einstein, e, per sua natura, osteggiata da una Chiesa la cui presa sulla gente si fa sempre più debole e le cui risposte sono sempre più flebili ed inudibili.

All’improvviso si sentì una voce dall’isola di Paxo, come di uno che gridasse il nome di Tamo. Due volte la voce dell'uomo lo chiamò, e lui stava zitto. Alla terza rispose, e allora quello con tono più alto disse: “Quando sarai a Palode, annuncia che il grande Pan è morto”. Plutarco - La fine degli oracoli.

(1) ho già affrontato questo argomento in Le conseguenze esistenziali dei viaggi nel tempo e non voglio dilungarmi ulteriormente in questo post.

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